San Raffale (Kalinowski) di San Giuseppe

GIUSEPPE KALINOWSKI P. RAFFAELE DI SAN GIUSEPPE

Luogo di nascita 

Vilna in Lituania.

Data di nascita 

1 settembre 1835.

Dati particolari

Di famiglia intellettuale, frequentò la Scuola dei Nobili di Vilna, divenne ingegnere nell’Accademia Militare a Pietroburgo. Insorto per la liberazione del suo paese, dopo la condanna a morte, commutata in dieci anni di confino, fu deportato in Siberia. Si prodigò per i prigionieri, approfondì la sua fede e, conosciute le carmelitane, si decise a entrare nell’Ordine. Apostolo dell’ecumenismo e del confessionale, ridiede vita alla sua Provincia polacca quasi inesistente. Sacerdote di grande interiorità e di carità verso i bisognosi.

Titoli particolari 

17 novembre 1991, il Beato Raffaele Kalinowski fu proclamato Santo a Roma da Giovanni Paolo II.

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Padre Raffaele di S. Giuseppe (Kalinowski) appartiene al numero di coloro che, con la loro vita e la loro attività, hanno influito molto nella rinascita della vita spirituale carmelitana in Polonia alla fine del secolo XIX e al principio del XX secolo. Giuseppe Kalinowski nacque a Vilna il 1 settembre 1835, figlio di Andrea Kalinowski e di Giuseppina Połónska. La madre morì pochi giorni dopo la sua nascita. Il padre si risposò ancora due volte, in seguito al lutto anche della seconda moglie. Ebbe così in tutto otto figli. La sua famiglia, appartenente alla classe intellettuale, fu molto credente: il padre era un uomo di vasta cultura, di nobile carattere e di solida religione. Nel 1843 Giuseppe entrò come alunno nell’Istituto dei Nobili di Vilna, nel quale il padre era stato prima professore di matematica e poi direttore. Il giovane, terminati gli studi inferiori, iniziò quelli superiori nell’Istituto di Agronomia di Hori-Horki. Studiò quivi due anni: in questo ambiente però le condizioni per una vera educazione morale non erano certo le migliori. Venne così in contatto con la pluralità delle religioni. In seguito Giuseppe, poiché i genitori non avevano mezzi economici sufficienti per pagare gli studi universitari, si decise ad entrare nell’Accademia Militare di Ingegneria, a Pietroburgo: nel 1856 vi conseguì il grado di sottotenente; un anno dopo terminò i suoi corsi e venne nominato assistente di matematica all’Accademia stessa, con il grado di tenente. Giuseppe visse in un ambiente che era un crogiolo di lingue, ne parlava e scriveva correttamente molte. Dal suo arrivo a Pietroburgo, Giuseppe lasciò di accostarsi ai sacramenti ed assistette raramente alla Messa domenicale. La sua fede cominciò a vacillare, l’influenza esercitata dall’ambiente lo mise in crisi: l’indifferentismo nella fede era allora di moda nelle classi intellettuali. Prendeva parte a riunioni e balli e frequentava le rappresentazioni teatrali. Pensò già da allora al suo futuro, cercandosi una compagna per la vita: avvicinò una certa Celina, compagna d’infanzia, ma ben presto la lasciò. Questi anni a Pietroburgo furono per il giovane Giuseppe difficili: sentiva una grande sete interiore. I piaceri sociali lo stancavano, così pure gli amici eppure soffriva una certa solitudine. Durante gli anni 1858-1860 lavorò al progetto della linea ferroviaria di Odessa - Kiew-Kursk. 3 Nel 1859 assisté con ansietà alle conferenze quaresimali di un domenicano; era assetato di luce e di pace soprannaturale: stava avvicinandosi ad un confessionale, ma lo trovò vuoto; questo gli fece assaporare - sono parole sue - una “terribile angoscia”. Durante la costruzione della ferrovia per sei mesi viaggiò tra paludi e luoghi deserti con scarsa popolazione e povere capanne di contadini. Di tanto in tanto sentì la nostalgia della città, ma riuscì anche a dedicare delle ore alle letture e alla riflessione. Questo lo aiutò a rientrare in se stesso comprendendo, specialmente attraverso la lettura delle Confessioni di Sant’Agostino, la necessità di possedere solide nozioni religiose, e a guardare la vita con più tranquillità, rimanendo indifferente ai suoi piaceri. Fu questo un periodo della sua esistenza in cui scoprì più in profondità il cammino personale della sua vita. Dopo essere ritornato a Pietroburgo per passarvi l’inverno del 1859, ottenne il permesso di tornare, in estate, a Vilna, sua città natale. Dopo non molto tempo però incominciò ad avere difficoltà per la salute: il servizio militare lo stancava. Per un parere del medico, si recò nel 1861 a Varsavia. Quivi, tra l’altro, incontrò la Signorina Luisa Młocka, con cui entrò in amicizia e che chiarì alcuni suoi dubbi sulla religione. Sebbene preoccupato dei suoi problemi di fede, Giuseppe non si accostava ai sacramenti. Trovava nel suo interno barriere e difficoltà che non conosciamo. Ma un bel giorno esse crollarono, anche per l’influenza della sorella Maria, forse la più cara per lui fra tutti gli altri fratelli. “Dopo dieci anni di lontananza - scrive alla Signorina Młocka - sono tornato in seno alla Chiesa Cattolica; mi sono confessato e così mi sento molto bene”. La Comunione frequente, l’assistenza giornaliera alla Messa, la confessione settimanale, cambiarono definitivamente la sua anima. La Polonia si stava preparando in quegli anni alla grande insurrezione del 1863. Giuseppe aveva già avuto contatto con il movimento indipendentista polacco clandestino di Pietroburgo, dove studenti polacchi e accademie militari preparavano questa insurrezione. Quando la ribellione polacca contro la Russia scoppiò, Giuseppe chiese l’esonero dal suo servizio nell’esercito e il Governo nazionale polacco clandestino lo nominò Ministro della Guerra per tutta la regione della Lituania. Il governo russo però volle approfittare dell’insurrezione per liquidare in Lituania ogni traccia di nazionalità polacca, soprattutto fra i nobili e gli intellettuali. Molti furono condannati a morte. Un amico di Giuseppe venne impiccato. 4 Nel 1863 l’insurrezione fu stroncata: Giuseppe venne incarcerato. Nell’aprile fu condotto davanti al tribunale incaricato delle indagini sull’insurrezione. Per non mettere in pericolo la sua famiglia né altri conoscenti, Giuseppe decise di confessare la sua totale partecipazione alla rivolta, in modo che nessuno venisse accusato o denunciato. Venne condannato a morte nel giugno 1864. La pena, per un particolare intervento e per la stima morale che godeva tra i russi, fu commutata a 10 anni di esilio in Siberia con la confisca dei beni e la privazione di ogni diritto. In luglio Giuseppe partì per la Siberia: il numero dei condannati era molto elevato e sembrava un convoglio funebre. C’erano persone di tutte le condizioni e di tutte le razze: proprietari, medici, impresari, operai, ragazzi: era un fiume che si dirigeva in oriente. Il viaggio fu penosissimo: le persone erano trasportate in vagoni ferroviari, chiusi da inferriate, poi su barche-prigione, lungo il Volga. In pieno inverno, a 40 gradi sotto zero, arrivarono alla meta. Giuseppe dimostrò sempre grande carità verso i suoi compagni di deportazione, privandosi del cibo e di indumenti per aiutarli. Giuseppe, che già prima dell’arresto aveva cominciato studi di teologia, li continuò in carcere e nell’esilio. In lui, a poco a poco, si fece strada il desiderio e la convinzione che la pienezza della vita personale si raggiungeva solo lavorando e consacrandosi agli altri: proprio come sacerdote avrebbe potuto servire il prossimo in maniera totale. Egli in un primo momento aveva pensato di entrare nell’Ordine dei Cappuccini. Ma, dopo la Siberia, avrebbe avuto le forze necessarie per sopportare il peso di una ordinazione al Sacerdozio? Le condanne dei prigionieri furono però mitigate gradualmente con le amnistie; in quella del 1866 Giuseppe venne autorizzato a vivere nel villaggio di Usolè, con l’obbligo di lavorare per il governo russo. Nel 1870 lo autorizzarono a partire dall’Asia e a risiedere nella Russia europea, a Tsarev. Le sue condizioni migliorarono sempre più: le autorità russe gli permisero nel 1873 di vivere alcuni mesi in Lituania con i suoi parenti. Agli ex-prigionieri politici però non era più concesso di abitare nei luoghi di origine. Giuseppe dovette partire per Varsavia e portarsi a Sienawa, nella Galizia austriaca. Qui accettò l’incarico di tutore e precettore del principe Augusto Czartoryski. Il giovane viveva Parigi; così il suo precettore ebbe l’opportunità di studiare e conoscere Ordini e Congregazioni d’ogni genere e di avvertire sempre più profondamente non solo la lacerazione della Chiesa ma anche il dramma delle diverse religioni. 5 Fu per mezzo della famiglia del suo protetto che conobbe le Carmelitane Scalze di Cracovia, città posta sotto il dominio austriaco. La zia del giovane principe, Suor Maria Saveria di Gesù, avrà infatti un posto particolare nell’indirizzare Giuseppe all’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Dovrà però aspettare alcuni mesi, prima di entrare nell’Ordine scelto: la salute compromessa del principe Augusto era un ostacolo per far trovare a suo padre un altro precettore, non lo fu per entrare fra i salesiani e morirvi in odore di santità. Infine, nel 1877, essendo praticamente estinta la Provincia dei Carmelitani Scalzi in Polonia, Giuseppe entrò nella Semiprovincia di Austria e arrivò al noviziato carmelitano di Graz: ricevette l’abito dei Carmelitani e il suo nuovo nome fu “fra Raffaele di San Giuseppe”. Dopo aver professato l’anno seguente, percorse, in un “curriculum” abbreviato, di studi ecclesiastici. Inviato, nel novembre 1881, nel convento di Czerna in Polonia, vi ricevette l’Ordine Sacerdotale, per mano dell’Arcivescovo di Cracovia. Fra Raffaele aveva quarantasette anni; era però assai ricco di scienza, di esperienza e soprattutto di vita interiore. Aveva in moltissime occasioni, in questo passato periodo, aiutato il prossimo: diversi prigionieri, ad esempio, con del denaro che gli era arrivato dalla famiglia; aveva donato al fratello Gabriele, che si era trovato in difficili situazioni, del denaro ed anche ad altri compagni bisognosi in esilio. Il suo motto era questo: “I beni morali stanno al disopra dei beni materiali, e i beni altrui al di sopra del proprio”. Molte volte in Siberia si era portato in ospedale per aiutare moralmente gli ammalati esiliati: curava i moribondi, assisteva tutti quelli che avevano bisogno del suo aiuto. Distribuiva agli altri tutto quello che riceveva, anche in vestiario e in biancheria: per sé non teneva quasi nulla. Spesso scriveva ai parenti o alla madre di invitare i parenti degli esiliati a tenere con loro corrispondenza; aveva cercato soprattutto di diffondere la fede e la dottrina religiosa fra i compagni di sventura. Infatti aveva prolungato la sua permanenza ad Usolè, per insegnare e preparare i bambini alla prima Comunione. Divenuto Sacerdote carmelitano, Padre Raffaele aveva capito che le monache vedevano in lui il futuro rinnovatore della vita carmelitana. Prima di entrare al Carmelo egli aveva letto le opere di S. Teresa di Gesù. Sapeva che la sua Riforma era stata intrapresa per il servizio della Chiesa. Così si propose di fondare monasteri di Carmelitane Scalze, “Castelli di Dio”, che con l’orazione e la penitenza fossero il più 6 solido appoggio ai sacerdoti, teologi e missionari. Iniziò più tardi la Riforma del ramo maschile dell’Ordine, aggiungendo ad essi l’attività apostolica e missionaria. Giuseppe Kalinowski dedicava sei ore alla preghiera, osservava puntualmente i lunghi digiuni, era raccoltissimo nel celebrare la Messa, e, già malato, si lamentava solo di non poterla celebrare. Sempre al vertice del suo desiderio interiore stava l’unità della Chiesa; si prodigava perché la Chiesa ortodossa si riunisse a quella cattolica. Ma il suo compito più importante era quello del confessionale: vi passava ore intere. Fu confessore e direttore di monache e religiose, specialmente delle Carmelitane di Cracovia e Leopoli. Di salute precaria e con i mezzi di comunicazione allora esistenti tra Czerna e Cracovia, i viaggi settimanali per confessare gli furono occasioni di vere sofferenze fisiche: li fece per anni senza mai lamentarsi, ma non permise che altri Padri li intraprendessero. Le Chiese poi dei Carmelitani a Czerna e a Wadowice erano molto fredde e umide: molti raffreddori e malanni (anche l’ultimo della sua vita) li prese per questo. I suoi contemporanei lo chiamavano: “Il martire del confessionale”. Molti però di quelli che confessava, trovarono la strada per tornare a Dio. Sapeva davvero essere un Padre dolce e buono, di una squisita umanità. Aveva un modo di parlare semplice, i suoi sermoni erano brevi, pieni di amore per la SS. Vergine. Operò molte conversioni, con la sua carità e le sue eroiche virtù. La vita religiosa non era per lui che la piena realizzazione della vocazione cristiana. Dopo una grave malattia, durata quasi un anno, morì a Wadowice, nel dicembre del 1907.