Padre Agostino Maria del SS. Sacramento

Hermann Cohen - Padre Agostino Maria del SS. Sacramento 1821 -1871

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Hermann Cohen ebbe i suoi natali ad Amburgo il 10 novembre 1821, da genitori ebrei. Apparteneva ad una famiglia di banchieri: tale era il padre David - Abramo Cohen e la madre Rosalia Benjamin, donna versata negli affari, fine e molto religiosa. Lo stesso Hermann dirà: “La nostra casa era un formicaio dove si andava e veniva: dappertutto c’erano mercanzie, dappertutto persone che contavano il denaro…”. La madre educò bene i suoi quattro figli nella religione ebraica ed ebbe in questo molta cura, tale da lasciare una profonda impronta nel loro animo. Hermann da piccolo era molto sensibile alle cerimonie religiose e sentiva vera attrazione per la preghiera. Fu, ancora piccolo, mandato col fratello maggiore in un collegio diretto da protestanti; ebbe un comportamento sempre serio, diligente e studioso, tale da segnalarsi fra i compagni, e da superare completamente le doti e gli studi del fratello. La madre lo prediligeva apertamente, favorendo assai la sua nascente vanità; avrebbe voluto mandarlo all’Università, ma poi assecondò la tendenza del fanciullo verso la musica, alla quale era portato in modo tutto speciale. Hermann si dedicò interamente allo studio del pianoforte, per il quale aveva davvero doti non comuni: cominciarono assai presto ad apprezzarlo e ad ammirarlo conoscenti e amici, tanto da ritenerlo un “fanciullo prodigio”; egli stesso cominciò ben presto purtroppo a sentirsi un “genio”. Lo stesso suo maestro lo trattava come un piccolo prodigio, portandolo con sé varie volte per farlo esibire in concerti: il fanciullo crebbe così ambizioso e capriccioso, con tutte le funeste conseguenze che questo comportamento poteva portare. Egli stesso afferma: “Avevo già perduto ogni rispetto, disubbidivo apertamene e mi credevo indipendente”. Gli stessi familiari gli dovevano obbedire: egli comandava e non obbediva più a nessuno. Incominciò, preso da questa esaltazione, a non studiare più e a darsi a improvvisazioni musicali che spesso però incominciavano a deludere: le sue doti artistiche non furono lasciate maturare. Purtroppo il fallimento del padre costrinse il fanciullo a dover mantenere se stesso e la famiglia. Un giorno Hermann si mise in testa di recarsi a Parigi; la madre accompagnò il figlio tredicenne, munito delle commendatizie del Granduca di Amburgo. Tra i più grandi artisti musicali di Parigi, Hermann si volse a Liszt, che era il migliore pianista della sua epoca; questi provò le capacità del fanciullo e, più che come alunno, lo prese, nonostante la giovanissima età, come amico. Così il ragazzo entrò a far parte del cenacolo del suo maestro e non tardò a sentirne l’influsso. Divennero a poco a poco amici inseparabili. George Sand, la famosa scrittrice, contribuì in modo speciale alla fama di Hermann e alla sua notorietà. Fu lei a chiamarlo col vezzeggiativo di “Puzzi”, che voleva dire “vezzoso”: con tutto questo il ragazzo divenne un vero esaltato. Egli stesso dirà in seguito: “Non è possibile esprimere quanto si corrompesse allora il mio giudizio”; lo afferma con un accento di tristezza, che ci rivela il baratro in cui era sprofondato. Egli veramente cadde sempre più giù infangandosi con le più basse miserie che il mondo riserva agli spiriti spregiudicati. Si diede anche al vizio del “gioco” in cui rischiava, con esito spesso negativo, il suo guadagno. “Fu qui - egli stesso dirà - l’inizio di una passione che ha inghiottito gli anni più belli della mia giovinezza in un abisso di torture e di errori, senza concedermi un momento di riposo”. Puzzi spreca così gioventù, talento e denaro. Partì un giorno per Ginevra, dove la sua capacità, unita all’appoggio di Liszt, gli ottenne la cattedra al Conservatorio. Fu la Principessa Cristina Belgioioso ad appoggiarlo preso il salotto Maffei, grande centro di cultura, quando giunse, sempre con Liszt in Italia. Essi arrivarono a Milano e la stessa contessina Maffei racconta a Barbiera, il giornalista che la intervista: “L’Hermann … quando venne nel mio salotto, non aveva ancora diciassette anni… Il suo sorriso, quasi infantile, mi par di vederlo, e sua figlia, che voi conoscete, l’ha ereditato”. Questa è l’unica testimonianza che egli ebbe una figlia, riportata dai testi potuti consultare. Il suo primo biografo C. Sylvain non riporta l’episodio e neppure altri. In mezzo però a questo caos di disordini e di povertà morale, Puzzi (lo dice nel suo diario) incominciava ad avvertire una polla di acqua viva, ben diversa, che si sforzava di farsi strada. Qualche cosa, anzi Qualcuno, interveniva. Continuò per un po’ di tempo nei suoi viaggi e nella sua vita sfrenata, tra giochi, piaceri e lussi. A Venezia incontrò, dopo cinque anni di separazione, sua madre e si riconciliò con lei. Partì ancora per Londra, per Venezia e si stabilì poi definitivamente a Parigi. Fu qui, nella chiesa di S. Valeria, che il principe di Moskowa, suo amico, lo pregò una sera di fargli la cortesia di sostituirlo per la direzione dei cori. Egli accettò. Ma, quando giunse il momento della benedizione, sentì un turbamento indefinibile. La sua anima fu cosciente che avveniva in lei una cosa del tutto prima sconosciuta. Dovette, per una forza che veniva dall’alto, inginocchiarsi. Ritornato il venerdì successivo allo stesso posto, provò le stesse emozioni, tanto da fargli pensare improvvisamente di farsi cattolico. In seguito, nella stessa chiesa, ascoltò due o tre Messe: non riusciva neppure egli stesso a capire che cosa gli stava succedendo. Egli dice ancora: “Dopo essere rientrato a casa fui condotto, involontariamente, nella serata, verso lo stesso luogo e la campana mi fece entrare ancora nella Chiesa. Il Santo Sacramento era esposto, e dal momento in cui lo vidi, fui spinto verso la balaustra della comunione e caddi in ginocchio … e rialzandomi sentii una pacificazione molto dolce in tutto il mio essere … per tutta la notte seguente ebbi lo spirito occupato soltanto dal SS. Sacramento. Bruciavo dall’impazienza di assistere ad un’altra Messa; e nello stesso periodo ne ascoltai parecchie a S. Valeria, con una gioia interiore, che assorbiva tutte le mie facoltà”. La folgorazione è diretta: Puzzi improvvisamente, con uno sguardo rivolto verso se stesso, vede il rovescio della propria esistenza; un lampo accecante lo ruba a se stesso per consegnarlo ad una gioia ineffabile. Si confidò con qualche persona, specialmente con Mons. Legrand, che l’aiutò; si portò a Ems, in Germania, per un nuovo concerto e il giorno seguente si recò di nuovo a Messa. Come spostarsi dal passato vizioso e inquietante, all’aperto, ma ignoto futuro? Puzzi rompe l’argine adulto alle emozioni, alla paura, alla confusione, con un lungo pianto. “Sentii - egli dice - i rimorsi più laceranti su tutta la mia vita passata”. Ricevuta l’impronta e la luce dell’Immenso, egli, nella vertigine, si apre ad un’altra luce. Hermann esce dalla Messa, comprendendo che un grande avvenimento gli aveva trapassato l’anima. Ora si sentiva libero e felice. Lo consigliano di rivolgersi a Maria ed egli, sentendo di dover molto a questa Madre, rifugio dei peccatori, decide di prenderla come compagna di vita. Tornò in seguito a Parigi e riferì tutto quello che gli era successo a Mons. Legrand che, con prudente riserbo, volle provare la sua costanza; lo mise anche in rapporto con Teodoro Ratisbonne, ebreo convertito e divenuto sacerdote. Nella primavera precedente Hermann ne aveva già conosciuto il fratello, Alfonso Ratisbonne, con anch’egli alle spalle una conversione eccezionale e che era divenuto gesuita. L’amicizia divenne molto intima tra i due convertiti, innamorati dell’Eucaristia e della Madre di Dio. Così il 28 agosto 1847 egli ricevette il Battesimo ed in quel momento ebbe una visione bellissima dell’aldilà che lo rapì completamente. L’Infinito, la luminosità di Dio, la visione degli angeli e dei santi, furono un dono grandissimo, col quale il cielo lo afferrò, lo rapì in un vero incanto. Egli afferma: “…fui rivestito della bianca veste dell’innocenza… giurai nel mio cuore di vivere e morire per conservarla e difenderla”. Il 10 novembre, davanti all’altare della Vergine, fece voto di accedere agli Ordini Sacri; non si sentiva però attirato ad una vita di apostolato, ma ad una vita nascosta e silenziosa “nella continua preghiera”. Fece l’8 settembre la sua Prima Comunione e, questa volta, nel diario disse espressamente a riguardo: “Il mio segreto è per me!” I compagni del mondo sorrisero assistendo a questa trasformazione: ma egli non era più per loro. Hermann incominciò ad occuparsi dei poveri e avrebbe voluto guadagnare a Cristo tutti i suoi fratelli ebrei. La sua famiglia venne informata di questo cambiamento: quando la madre venne a saperlo disse: “Una delle sue solite pazzie!”. Hermann soffriva per tutto questo e non poteva che affidarsi alla potenza della preghiera. Un giorno dell’ottobre 1847, entrato nella cappella delle Carmelitane a Parigi, le vide tutte in adorazione della Presenza Eucaristica: questo fatto lo ispirò a tale punto da ipnotizzarlo; divenne il seme dell’Opera dell’Adorazione Notturna, opera che Hermann, insieme a vari amici, fondò e che ebbe, appoggiata in seguito dai Padri Maristi, una grande e vera diffusione: egli, ebreo di origine, ne fu il vero iniziatore. Se ne occupò con vivo interesse, per tutta la sua vita e la diffuse in Francia e in Inghilterra. Verso il 1849, dopo un’accurata preparazione, per pagare i creditori che aveva ancora, diede il suo ultimo concerto, dopo il quale disse: “L’ho dunque finita col mondo e per sempre!” Egli si sentiva sempre più attirato verso il Carmelo: aveva conosciuto il Priore del Carmelo di Parigi e Madre Maria Teresa del Carmelo di Tours, tutto incentrato sull’adorazione del SS. Sacramento. Non era sicuro però di aver trovato la strada giusta, finché Padre G. Eymard, generale dei Padri Maristi, gli disse: “Sì, io credo che l’attrattiva che avete per il Carmelo venga dal cielo e che voi dobbiate seguirla”. Fece così un ritiro speciale nella completa solitudine e prese la sua decisione. Volle intraprendere la vita carmelitana col suo cammino lungo e faticoso e con tutta la foga del suo temperamento ardente e generoso. Questa sua decisione avrebbe contribuito alla rinascita del Carmelo in Francia. Partì per il Convento di Agen, dove fu bene accolto. Il Priore Padre Domenico gli disse che per entrare, essendosi convertito al cattolicesimo dall’ebraismo, doveva chiedere un permesso e le dispense a Roma; queste gli furono in breve concesse ed egli partì per il noviziato di Broussey. Fu accolto con gioia: fece la sua vestizione e gli diedero il nome di Fra Agostino Maria del SS. Sacramento. Quale cambiamento di vita! Divenne, sotto la guida di Padre Domenico, un modello di pazienza; nella cella, che aveva proprio una piccola finestra aperta verso la Chiesa e il Tabernacolo si spendeva in adorazione. Si mostrò sempre pieno di allegria e benevolenza e compiacenza verso i fratelli: in mezzo alle austerità, fu pieno della gioia di Dio. Alla fine del noviziato i Superiori lo autorizzarono a dare libero corso alla sua ispirazione musicale; riprenderà anche i suoi studi teologici, addolorandosi un po’ di dover rinunciare, per lo studio, alla sua diletta contemplazione. Tre mesi prima della fine del noviziato ebbe la grande prova di incontrarsi con sua madre, che voleva a tutti i costi portarlo via da quel luogo; ella dopo dieci giorni ripartì per casa sua, guardando al convento come a una tomba che seppelliva il più caro dei suoi figli. Il 7 ottobre 1850 fra Agostino Maria fece la sua Professione e si portò al convento di Agen, per studiare filosofia e teologia, per poter diventare sacerdote. Lo divenne infatti il sabato santo del 1851, giorno della sua Ordinazione Sacerdotale. Il cronista di un giornale, presente alla cerimonia, disse: “Chi ha visto celebrare la sua Messa, senza farsi un’idea di un serafino all’altare?”. Padre Domenico lo portò con sé a Bordeaux, poi ad Agen e a Broussey, dove i confratelli lo accolsero con gioia, con ammirazione e vera stima. Tornò poi ancora ad Agen a terminare gli studi: si occupò in particolare di S. Paolo, dei Padri della Chiesa e di S. Agostino. Un giorno seppe che erano venuti all’eremitaggio del suo convento sua sorella Enrichetta con il marito e il nipote Giorgio di sette anni. La sorella, dopo un violento combattimento interiore, disse, all’insaputa del marito, che voleva diventare cristiana, prima di ritornare a Parigi. Il 19 giugno, festa del Cuore di Gesù, assente il marito, ricevette il Battesimo dalle mani del fratello. Dopo quattro anni, anche il nipote Giorgio poté essere battezzato dallo zio e riuscì, nonostante le opposizioni del padre, a mantenersi fedele alla fede cristiana. Si convertì pure al cristianesimo il fratello maggiore. La madre invece si spense nel 1855; la notizia colpì Padre Agostino in un primo tempo dolorosamente, poiché tanto aveva pregato per la sua conversione: in seguito seppe, per vie traverse, che prima di morire si era anche lei convertita al cattolicesimo. Cresceva intanto la popolarità di Padre Agostino; egli dovette infatti recarsi in diverse città della Francia, tanto da sembrargli di non possedersi più … era sempre in viaggio! Ovunque portava il Vangelo e quando parlava dell’Eucaristia sembrava quasi uscire di sé … le parole più calde d’amore uscivano dalle sue labbra. A Lione una volta gli si chiese una predica per poter raccogliere del denaro per i poveri: la sua parola infuocata ottenne per loro una somma così grande di denaro, che essi ne risentirono del beneficio per parecchio tempo. Andò anche ad Avignone, a Montpellier, a Ginevra, a Toulon e a Marsiglia, dove battezzò anche due ebrei, e a Carcassonne. La sua salute però, dopo tutti questi viaggi con relative prediche e discorsi, andò peggiorando: egli soffriva davvero, pur avendo imparato a cercare e ad amare la sofferenza. Arrivò un giorno a Bagnères, per riacquistare un po’ di salute; fece una novena a Nostra Signora della Salette e ne ebbe davvero un miglioramento. Ritornò a Carcassonne; aveva raggiunto ormai una straordinaria notorietà; c’era affluenza di persone dovunque passava per predicare. Anche Padre Mazenot, fondatore dei Missionari Oblati di Maria, volle ascoltare le sue parole e ne fu così affascinato da non poter calmare la sua emozione: nell’ascoltarlo pianse e venne davanti a tutti ad abbracciarlo e a ringraziarlo. S’incontrò per ben cinque volte anche con il curato d’Ars, che ne ammirò profondamente la santità e la eloquenza. Passò per Bagnères, dove fondò un Carmelo maschile. Mancavano i fondi, ma Padre Agostino, dopo aver pregato S. Giuseppe, riuscì ad avere il denaro da una signora inglese, conquistata dalle sue parole e dalla sua santità. La quaresima del 1856 fu una delle più prestigiose e feconde per il Padre: a Bordeaux la cattedrale di S. Andrea fu un giorno così piena di persone venute ad ascoltarlo, come non era ancora mai successo. Il Cardinale di Lione diede al Padre l’incarico di negoziare l’affare per ricostruire il Carmelo di un tempo, trasformato in caserma, dopo la rivoluzione francese, ed egli, con l’aiuto di altri, riuscì anche in questa impresa difficile. Il Carmelo fu eretto canonicamente nel 1860 e Padre Agostino ne divenne il Priore. A Roma, dove si era recato per la canonizzazione dei martiri giapponesi, fu incaricato dal Padre Generale di andare a Londra, per fondarvi un nuovo Carmelo: fu per questo ricevuto in udienza anche da Pio IX che gli diede la sua approvazione e benedizione. Arrivò in Inghilterra povero, senza aiuto e denari e provò un senso di grande solitudine. Dopo i primi tempi difficili, gli furono inviati dalla Francia altri Padri Carmelitani. S’iniziarono i lavori e un piccolo Carmelo prese a poco a poco vita a Londra. Venne poi a conoscenza che proprio a Londra c’era una colonia di tedeschi protestanti: egli li frequentò e nel 1863 un buon numero di essi riuscì ad entrare nella Chiesa cattolica. Fu pregato dal Card. Wiseman di prendere a Bordeaux le reliquie di S. Simone Stock e di portarle nel Carmelo londinese. Un anno più tardi accettò di tenere un discorso al Congresso Eucaristico di Malines e più tardi si recò in Irlanda a predicare una missione: ormai era così conosciuto e ammirato in tutta Europa. Verso la fine del 1867 Padre Agostino lasciò definitivamente l’Inghilterra per riportarsi in Francia: si recò a Tarasteix, nel deserto ch’egli era riuscito a costruire, per darsi alla contemplazione. Una malattia agli occhi lo obbligò però ad un riposo assoluto. Padre Agostino, che già aveva conosciuto Bernadette, volle recarsi a Lourdes, ove, dopo una novena, fu miracolosamente guarito dal suo male: ritornò sano nel suo “Deserto”. Fece di tutto per aiutare un suo confratello, Padre Giacinto, che voleva apostatare, a non abbandonare il Carmelo, ma purtroppo non riuscì. Nel 1870 la Prussia invase la Francia: Padre Agostino andò a Bagnères, a Carcassonne, si fermò a Ginevra, dove il Vescovo gli affidò la cura dei profughi. Dovette poi avvicinare in Prussia alcuni prigionieri francesi: egli, come tedesco, era l’unico che poteva seguirli: fu mandato a Spandau, vicino a Berlino. Si adoperò molto per questi prigionieri, fermandosi da mattina a sera nel confessionale, per avvicinarli e confessarli: la Chiesa era freddissima. Egli cominciò ad accusare forte male alla gola: fu contagiato dal vaiolo. Pochi giorni dopo fu ricoverato all’ospedale, assistito da una suora. Il 19 gennaio 1871, entrò in agonia, dopo aver ricevuto l’Unzione degli Infermi; il 20 gennaio, dopo aver fatto cantare il “Te Deum” e la “Salve Regina”, esalò l’ultimo respiro. Il Signore era venuto a prenderlo.