Isidoro Bakania Martire per lo Scapolare

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Isidoro Bakania, nacque a Yonzwa tra il 1885 e il 1890, nel villaggio di Bokendela-Bakala, regione situata nello Zaire settentrionale. Poco o nulla sappiamo della sua infanzia. I genitori pagani non lo educarono cristianamente: era però ugualmente un ragazzo docile, laborioso, mite e affabile. Da giovane emigrò dal suo paese a Mbandaka per lavorare nell’edilizia come operaio: fu qui che sentì parlare della religione cattolica, verso la quale si sentì subito attratto; si iscrisse al Catecumenato, studiando il catechismo presso una vicina missione dei Padri Trappisti. Fu battezzato presso questi Padri il 6 maggio 1906 e gli fu consegnato per l’occasione lo Scapolare di Nostra Signora del Carmelo, che da allora volle portare sul cuore, come segno di appartenenza al cristianesimo e come segno di vero amore alla Madonna. Il 25 novembre successivo ricevette la Cresima e l’8 agosto 1907 fece la sua Prima Comunione. Divenne, a poco a poco, vero seguace del Signore e coltivò sempre la sua fede e la sua preghiera da vero testimone cattolico. Dopo aver fatto l’operaio si iscrisse in una società ove incontrò persone contrarie alla religione cristiana, ma egli, con il suo normale coraggio, continuò apertamente a confessare la sua fede cattolica. Leopoldo II, re del Belgio, infatti aveva voluto civilizzare ed evangelizzare il Congo: aveva invitato anche i Padri Trappisti a recarvisi. Nel 1893, per invito diretto del Papa Leone XIII, essi accettarono: ebbero inizi per questo molto difficili. Molti missionari morirono, sia durante il viaggio, sia dopo l’arrivo, ma si riuscì però ugualmente ad impiantare una missione: si guadagnarono presto la simpatia della popolazione, sia per le cure agli ammalati, sia per l’educazione ai fanciulli loro affidati. Nel 1898 battezzarono i primi 25 cristiani della regione; nel 1905 se ne potevano contare più di 2200 e circa 400 famiglie cristiane. I missionari cominciarono a intraprendere lunghi viaggi apostolici, lungo i fiumi Busira e Ikelemba. Riuscirono a formare anche catechisti, che potessero a loro volta insegnare la religione cattolica. Nei viaggi verso l’interno i missionari entrarono in contatto con agenti delle compagnie belghe. Constatarono il cattivo comportamento e gli abusi di potere di alcune persone, che dovettero denunciare. Da qui partì l’odio e il disprezzo degli agenti contro i missionari, che vedevano molto di mal occhio come pure quanto riguardava il cattolicesimo. Isidoro invece imparò con gioia da loro la religione cristiana. Egli, ancora giovane, scendendo il fiume, arrivò a Mbandaka e fu reclutato presso il dipartimento dei servizi e dei lavori pubblici della nazione, come manovale. Conosceva, come tutti i suoi compagni, le divinità venerate dagli indigeni, ma rimase sempre più attratto dal Dio dei Cristiani. Il suo padrino di Cresima fu uno di coloro che per primi in Congo abbracciarono la fede cristiana: una fede forte unita ad una integrità di vita con la quale annunciava ai catecumeni, testimoniandola, la verità del Vangelo. Isidoro teneva con grandissimo amore il suo Scapolare, che lo qualificava davanti a tutti discepolo di Gesù Cristo. I compagni che lo conobbero in questi tempi, affermano tutti che Isidoro si distingueva per la sua fede forte, la sua dolcezza, che gli meritavano la stima di quanti vivevano insieme a lui. Scaduto il contratto di lavoro, Isidoro rientrò nella sua regione di origine; si recò in seguito a Busira dove fu assunto da una società anonima belga; seguì questa società come servo, nella fattoria del villaggio di Ikili. Poteva così ogni tanto incontrare dei missionari nei loro viaggi pastorali. Dapprima s’impegnò come domestico di un signore che gestiva una piantagione, ma, poiché questi ricevette una nuova destinazione, lo mandano presso un altro padrone, responsabile di una piantagione, rimanendo alle dipendenze di un certo sig. Longange. Invano un suo compagno cercò di dissuaderlo di andare da questo padrone nell’interno del paese, dicendo che si tratta di un individuo davvero poco raccomandabile e che non voleva saperne di cristianesimo. A Ikili tuttavia Isidoro serve con deferenza il suo padrone e insegna, se qualcuno lo desidera, a pregare il Dio dei cristiani. Un suo compagno di lavoro lo avverte di non farsi vedere dagli altri, ma di adorare Dio solo nel suo cuore. Il sig. Longange, quando conosce il modo di pensare di Isidoro, lo rende subito oggetto di sarcasmo e di vessazioni. Quando un giorno lo vede con in mano il Rosario gli dice: “Non voglio vedere quello strumento là; rimettilo nel tuo baule. Stai qui per lavorare e non per biascicare preghiere. Detesto gli uomini che se la intendono con i missionari; non sono più uomini, sono bestie!”. Isidoro sopporta tutto con pazienza, ma, un giorno, non potendone più, chiede una lettera di licenziamento. Il padrone non ne vuol sapere e non gliela consegna. Passano le settimane: alla fine del gennaio 1909 Isidoro e l’amico accompagnano i loro padroni a Bonyoli, dove Longange deve intervenire ad aiutare un capo di Ikili a vendicare la morte di una delle sue donne. Isidoro e altri preparano i letti, riscaldano l’acqua per la doccia e servono poi la cena. Durante il servizio a tavola Longange scorge lo scapolare al collo di Isidoro. Gli dice subito: “Levati quell’oggetto dal collo. Non voglio più vedere questi strumenti in casa mia”. Isidoro torna in cucina e si addormenta con lo Scapolare al collo, per niente spaventato. Ma, quando Longange si accorge poi che Isidoro non lo obbedisce, gli dice, dopo averlo rimproverato: “Aspetta, ne vedrai delle belle”. Un mattino di febbraio, accorgendosi che Isidoro ha al collo ancora lo Scapolare, s’indigna fortemente e ordina di infliggergli 25 colpi di chicote. Isidoro tollera la situazione dolorosa senza dire nulla, ma è sempre più risoluto a tenere lo Scapolare al collo: non importa se viene frustato. Alcuni suoi compagni pagani non capiscono cosa tutto ciò voglia dire e perché Longange abbia in odio i cristiani e quelli che chiamavano “monpére”. Per questi ragazzi Isidoro era una persona stimabile, forte, dolce e fedele alle sue convinzioni. Nel pomeriggio Longange e i suoi compagni, dopo pranzo, sorseggiano del vino, mentre in cucina i domestici si danno ai loro lavori: sparecchiano, lavano, puliscono. Isidoro, in questi casi, mentre gli altri in seguito riposano, ama starsene tranquillo a pregare, solo con Dio e con sua Madre Maria. Ma a Longange vengono cattivi pensieri contro di lui: ha paura che Isidoro voglia denunciarlo all’ispettore commerciale della SAB che è atteso nel campo da un momento all’altro. Lo manda a chiamare e, vedendo sotto il tetto della veranda una chicote secca e rotta, la ripara con dei chiodi ricurvi, le cui punte rimangono sporgenti. Vuole che un compagno colpisca con questa Isidoro: il compagno si rifiuta, anche perché non ne comprende il motivo. Allora Longange si avvicina a Isidoro per togliergli lo Scapolare: glielo strappa e lo fa a pezzi. Afferra poi Isidoro e incarica due sentinelle di prenderlo uno per le braccia e l’altro per le gambe. Vuole che Bengele, suo sottoposto, lo colpisca allora con la chicote: questi cerca di evitare di colpirlo dalla parte dei chiodi sporgenti, ma Longange gli chiede (pronto col fucile alla mano se non l’avesse fatto) di colpirlo duramente e per tanto tempo. I chiodi strappano i lembi di pelle: la schiena e le cosce, ridotte a carne viva, schizzano sangue dappertutto. Isidoro si contorce dal dolore, ma Longange vuole che sia picchiato più forte: si direbbe eccitato dal sangue di lui. Isidoro geme: “Io muoio, pietà…, io muoio … mio Dio io muoio”. Bengele lo colpisce con 200 - 250 colpi. Il martire cerca di rialzarsi, ma ricade a terra. Tutto rosso di sangue: è una piaga vivente. Longange ordina allora di mettere in prigione Isidoro, ove resterà per qualche giorno. I compagni di nascosto gli portano del cibo e cercano di aiutarlo. Su una vecchia stuoia Isidoro lotta contro la febbre che lo assale: ha le labbra bruciate. Sul muro della prigione ci sono ragni, tarantole che cercano scarafaggi. E’ imminente l’arrivo dell’ispettore della SAB. Longange toglie allora Isidoro dalla prigione e, per non farlo vedere, vuole che raggiunga un altro padrone, Lomame, che è già partito per Isoko. Isidoro a grande stento si alza ed appena fuori vista entra solo nella foresta. Non può neppure camminare, trova un pastore, lo chiama e lo prega di aiutarlo, di coprirlo, di riscaldarlo e nutrirlo. Il padrone Lomame intanto è arrivato a Isoko, ma Isidoro non c’è. Longange vuole che lo cerchino e lo trovino, per ammazzarlo; ma l’arrivo di un’imbarcazione, per forza, gli fa sospendere le ricerche. Isidoro vuole rimanere nascosto nella foresta. Vicinissimo a questo luogo intanto arriva un nuovo ispettore, al quale, come al solito, tutti fanno festa. Quando sono vicini al luogo dove è Isidoro, questi sbuca fuori dalla foresta e riesce, conciato da non si dire, a raccontargli la sua triste storia. L’ispettore Patanna, dopo una disputa con Longange, comanda a due dei suoi uomini di trasportare Isidoro su un battello, dove l’aspetta il suo compagno. Longange deve, per suo ordine, lasciare Ikili e il posto nella Società. Isidoro viene curato nel battello del suo salvatore; un bianco cerca di bloccargli l’infezione. Tutti ormai gli indigeni pagani lo conoscono e non sanno come riesca a sopportare tanto dolore. Le cose si mettono al peggio: Isidoro viene imbarcato per andare a Busira da un suo cugino che ben presto non vuole più curarsi di lui. Affidano allora Isidoro alle cure di una donna. Qui riceve la visita graditissima di due missionari. Isidoro,parlando con loro si dichiara pronto a morire, se Dio lo vuole: il Padre missionario lo esorta a non nutrire rancore contro il suo aguzzino ed egli si dichiara pronto a perdonarlo e a pregare per lui. Partito il Padre, il catechista Loleka porta Isidoro a casa sua perché la moglie lo curi. Il 15 agosto i fedeli vengono dal catechista per ascoltare la parola di Dio e per pregare: con loro è Isidoro moribondo che riesce ad alzarsi per dire insieme a tutti il Rosario. Ritorna poi a letto ed entra in agonia: poco dopo muore. E’ il giorno dell’Assunta. Ha lo Scapolare appeso al collo e il Rosario tra le mani. Giovanni Paolo II il 24 aprile 1994 lo proclama martire.