I martiri Scalzi di Rochefort

1794

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Tra i martiri di Rochefort che la Chiesa ha ricordato recentemente e beatificato, spiccano tre nomi di Carmelitani, dei quali vogliamo fare memoria, perché siano conosciuti e diano dal cielo il loro particolare aiuto a vivere con coraggio e fortezza questa nostra vita, piena di prove e di incertezze: si tratta di Giovanni Battista Durveneuil, di Giacomo Gagnot e di Michele Luigi Brulard. Quando infatti il 2 luglio 1994 il Santo Padre proclamò con solenne decreto il martirio di 64 religiosi sacerdoti, il carmelitano Padre Simeone, Postulatore delle Cause dei Santi, disse: “è una sorpresa e un regalo meraviglioso per il nostro Ordine”. Si constatò infatti che nel gruppo c’erano tre sacerdoti carmelitani scalzi francesi. Il Padre Generale, allora Camillo Maccise, mandò a tutto l’ordine una lettera circolare che comunicava la bella notizia, offrendo in proposito alcuni indicazioni per poter meditare e mettere in pratica gli insegnamenti dei nostri martiri. Sappiamo che in Francia, verso la fine del XVIII secolo, contemporaneamente i tumultuosi rivolgimenti sociali della Rivoluzione francese, ci furono delle tremende persecuzioni contro i membri della Chiesa. Si usò ogni modo per annullare il culto cristiano e il culto stesso di Dio. In particolare si perseguitarono le Congregazioni, i sacerdoti e gli Ordini religiosi. Nell’anno 1790 le Autorità dello stato vollero creare una chiesa nazionale; comandando a tutti i membri della chiesa di prestare ad essa giuramento: lo stesso Romano Pontefice non doveva contare per loro quasi nulla. Molti sacerdoti e religiosi rifiutarono questo giuramento. Lo stesso Papa Pio VI respinse questa Costituzione civile del clero, fondata su principi eretici, dichiarando sospesi quelli che avevano prestato giuramento. Si tentò di vincere con la forza la resistenza del clero: in seguito a questo, molti di loro furono carcerati e deportati. Il 25 gennaio 1794 i carcerati vennero trasportati ai porti della città di Rochefort. Il viaggio fu terribilmente penoso: 829 uomini furono imbarcati in due navi, insufficienti, come lo si può pensare, per così tante persone. Si trovarono in un vero e proprio campo di sterminio. Questi preti, testimoniando la loro fede, subirono ogni sorta di cattiverie, di mali, di crudeltà, di privazione di tutto. Furono in preda del freddo, del caldo, della pioggia, delle malattie più diverse e della stessa peste. Con tutto questo seppero rendere un’ammirabile testimonianza di fede, di amore al Signore, al S. Padre, alla loro stessa vocazione. Seppero sopportare questi mali con pazienza, con forza e con il coraggio che Dio stesso loro infondeva. Si aiutarono molto, somministrandosi a vicenda i Sacramenti, consapevoli di quanto li attendeva. Questo calvario, veramente atroce, ebbe termine il 7 febbraio 1795, quando i superstiti vennero finalmente rilasciati in libertà. Le vittime furono 547; appartenevano a diverse diocesi e Istituti di vita consacrata. Il 29 gennaio 1994 ebbe luogo la riunione dei Consultori Teologi, i quali riconobbero che i Servi di Dio Giovanni Battista Souzy e 63 compagni erano da considerarsi veri martiri, che volontariamente andarono incontro alla morte, per attestare la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, informato di tutto questo dal Card. Prefetto, approvando i voti della Congregazione dei Santi, ordinò che venisse debitamente redatto il decreto sul martirio dei Servi di Dio. Questo Decreto venne pubblicato e inscritto negli atti della Congregazione delle cause dei Santi.

 

Giovanni Battista Duverneuil

E’ il primo e il più giovane dei tre: morì a 35 anni. Nacque a Limoges nel 1759; entrò nel Seminario diocesano nel 1780 e fu ordinato sacerdote nel 1783. Volle, in seguito, farsi religioso carmelitano, ricevendo il nome di Padre Leonardo. Quando scoppiò la rivoluzione si trovava nel convento di Angoulême, che apparteneva alla provincia di Aquitania. Quando venne l’ingiunzione di sopprimere gli Ordini religiosi, egli andò a vivere a Limoges, suo paese natale. Si rifiutò di prestare giuramento alla Costituzione e di separarsi dalla Chiesa di Roma; si diede molto da fare per aiutare i confratelli e gli altri sacerdoti a conservare la fede cattolica. Venne per tutto questo condannato alla deportazione il 25 febbraio 1794. Fatto prigioniero in una delle due navi in Rochefort, si dedicò ad una profonda vita di preghiera, dando agli altri la bellissima testimonianza di aver la forza di non sottomettersi né a pericoli, né a maltrattamenti brutali, né a minacce di ogni genere. Insieme agli altri martiri soffrì fame, febbre, malattie, persecuzioni. Sembra che i loro custodi avessero l’ordine di farli morire lentamente, per far loro bere fino in fondo il calice dell’amarezza. In mezzo alle privazioni ebbe sempre, come gli altri, la viva coscienza del proprio ministero sacerdotale, impegnandosi ad animare i fratelli aiutandoli a pregare. Pregavano insieme agli altri, ricordando le parole dei Salmi e recitando a memoria i testi della Messa. Morì sulla nave, il 1 luglio 1794.

 

Padre Michele Luigi Brulard

Egli nacque a Chartres nel 1758. Entrò nel Convento di Charenton, dopo aver terminato i suoi studi di teologia nell’Università di Parigi. Dopo la distruzione dei conventi religiosi, ritornò a Chartres. Per aver rifiutato le innovazioni scismatiche del 1791, fu preso e arrestato nel 1793 e deportato a Rochefort nel 1794. Un sopravvissuto alla strage dice di lui: “Era un degno figlio di S. Teresa, che non viveva se non di sacrifici e non parlava altro linguaggio, se non quello della più pura spiritualità”. Un altro compagno di deportazione scrive di lui: “Qualcuno non ci crederebbe mai, se non fosse stato testimone, che un corpo vivo potesse giungere ad un punto incredibile di magrezza, così come io l’ho visto ridotto”. Prese delle decisioni, unitamente agli altri fratelli sacerdoti e religiosi presenti nelle imbarcazioni; la più importante era quella di non lasciarsi dominare da inutili inquietudini sulla propria liberazione. Scelse di perdere privilegi, beni, tutto ciò che possedeva, di fronte all’alternativa di rompere il vincolo di unità con Roma e con il Papa. Morì il 25 luglio 1794 a 36 anni di età.

 

Padre Giacomo Gagnot

Nacque in Frolais, nel 1753. Fece la sua Professione religiosa nel Convento carmelitano di Nancy, il 9 marzo 1774. Venne poi quasi subito mandato al convento di Lunéville. Nel 1787 ritornò a Nancy per delle predicazioni. Obbligato a lasciare il convento nel 1791, andò a vivere in una famiglia di Nancy. Nel 1793 venne incarcerato, dopo che il Comitato rivoluzionario lo aveva qualificato come “fanatico pericoloso”. Significativa la lettera che, due giorni dopo, scrisse alla madre, dicendole, tra le altre cose: “E’ vero che quando uno considera tutto questo con gli occhi del mondo, non vi è nulla di più spaventoso, giacché, in effetti, uno è scacciato fuori dalla sua patria, senza sapere che cosa lo attenderà, esposto alla fame, alla sete e alla nudità, in una parola a mille morti e questa è la sorte che ci attende. Però, quando uno considera tutto questo con gli occhi della fede, quando uno pensa che il Signore ci ha trovati degni di soffrire per il suo santo nome, che siamo perseguitati a causa della fede, tutto questo ci allieta e ci anima di un santo zelo per la difesa della religione cattolica, apostolica e romana, nella quale noi siamo nati e nella quale vogliamo morire… Quanti santi, prima di noi, sono stati esiliati! E’ veramente una grazia che il Signore ci concede… Noi confidiamo in Lui e, se Lui ci dà la grazia di iniziare bene, gli chiederemo sempre quella della perseveranza”. Il Padre, nella prigione, si dedicò al servizio degli ammalati. Insieme agli altri, intercedette per i suoi persecutori, per le loro ingiustizie e violenze, chiedendo al Signore che i maltrattamenti sperimentati servissero di espiazione a coloro che li avevano loro inflitti. Egli morì il 10 settembre 1794, all’età di 41 anni.

 

La vita di questi tre fratelli martiri è una conferma dell’azione dello Spirito Santo che chiama ciascuno e dispone tutte le circostanze della vita, accompagnando con la sua forza la risposta umana perché aderisca alla Volontà di Dio.