I martiri Carmelitani del "Gentilino"

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Non solo i Padri cappuccini, che furono immortalati dalla penna del Manzoni, ma anche i carmelitani scalzi ebbero un ruolo importante nelle tristi vicende della peste che nel 1630 sconvolse Milano e dintorni: ce lo narra bene Padre Gioacchino di S. Maria, nelle sue “Cronache dei Padri carmelitani della Provincia di S. Angelo Martire”, che morì a Milano nel 1697. La peste arrivò infatti in Lombardia, al seguito delle truppe imperiali scese in Italia, inviate dall’Imperatore Ferdinando II, per porre l’assedio a Mantova: nel settembre 1629, erano alle frontiere dello stato milanese. I lanzichenecchi invasero prima Colico, poi Bellano; quelli che provenivano dalla Valsassina discesero a Lecco, dopo aver saccheggiato Pasturo, Barzio e Ballabio. Il protofisico dello Stato di Milano, Ludovico Settala, riferì che un paese vicino a Lecco era infestato dalla peste: la notizia arrivò a Milano il 20 ottobre 1629. Milano era a quei tempi una città chiusa, dalle strade anguste, gremita di casupole di fango e di orti. Non era più una città ricca: già prima dello scoppio della peste le sue industrie di lanifici, tessiture, vetro e ceramiche, che prima portavano grande vantaggio e ricchezze alla città, nello spazio di circa un secolo erano ridotte del 30%. La città era diventata un dedalo di vie strette e tortuose, le case erano male intonacate e cadenti e la sporcizia era sparsa sempre un po’ dappertutto. Organo importante nella città era il Tribunale della Sanità, responsabile della salute pubblica: esso ricevette notizia da un medico di Lecco che nei dintorni ogni giorno morivano dalle dieci alle quindici persone, con evidenti segni esterni di bubboni scuri, ossia di peste. Il Tribunale della Sanità si premurò di emanare delle sanzioni, per proteggere la città con guardie addette alle porte, per chiudere la possibilità alle varie persone di penetrare in Milano. Furono mandati anche dei delegati, il Tadino e il Visconti, alle terre già infette, per avere notizie precise sui fatti. Ma era troppo tardi: la peste era già penetrata in Milano; solo però nel maggio seguente il fatto venne segnalato e risaputo. I decessi giornalieri oscillavano tra i 18, all’inizio del mese, e i 40 nei giorni seguenti: la cifra più alta fu quella raggiunta il 20 giugno, con 158 morti. Il Lazzaretto di Porta Orientale era ormai così pieno di persone, che non c’era più posto per gli infetti. Ci voleva un secondo Lazzaretto: lo si fece piantare a S. Rocco in Gentilino, fuori di Porta Ludovica: fu denominato “Il Gentilino”. Una larga fossa chiudeva intorno questi luoghi, per impedire che di giorno e di notte alcuno potesse entrare e perché i malati stessi non potessero uscire. I medici erano scarsi, perché avevano naturalmente paura di morire e talora non volevano prestare il loro servizio, nascondendosi. I cosiddetti “monatti” avevano il compito di servire i malati, di portare loro il vitto e di seppellire i morti. Essi portavano sempre un campanello al piede, perché tutti si tenessero il più lontano possibile da loro.

 

I frati Carmelitani Scalzi

In mezzo al frastuono, agli orrori, alle sofferenze, ai decessi di quel triste anno 1630, ecco apparire la bellezza, la freschezza, il coraggio di alcuni carmelitani scalzi: anche se di loro la storia non fa che brevi accenni, il fascino che deriva dalle pagine che trattano del loro comportamento, non si può dimenticare. La fonte della loro storia è autorevole: un teste oculare narra quanto vissero e soffrirono i milanesi e con loro i carmelitani volontari, che si posero al loro servizio, a S. Rocco in Gentilino. I carmelitani abitavano allora nel convento di S. Carlo di Porta Nuova: attualmente il convento si trova in via Canova 4. Il Provinciale dei carmelitani scalzi, Padre Germaro di S. Vincenzo, mentre il male continuava ad avanzare e il numero dei morti saliva, riunì la mattina del 30 marzo, sabato santo, nella sua cella, tutti i Padri e parlò loro con infiammata carità, dicendo che era suonata un’ora in cui la gratitudine verso la città, che tanto li aveva aiutati con le sue elemosine doveva essere da loro ripagata. “… Li ho riuniti - aggiungeva - per ricordare loro paternamente il dovere che Dio c’impone … e per sapere quanti si offrono all’assistenza degli appestati, che nessuna parola di sacerdote consola… Dio ci presenta il martirio. Beati quelli che l’accetteranno!… Faccio per primo l’offerta di me stesso e la farei anche se avessi la dolorosa certezza di non essere ascoltato e seguito da nessuno… Vorrei dunque che ognuno mi aprisse sinceramente l’anima, per poter offrire ai signori della Sanità il nostro aiuto e alleviare i gravi bisogni della città”. A queste parole, colme di fiducia, i Padri si guardarono silenziosi e commossi. Il Provinciale, che leggeva nei loro cuori, capì che essi avevano più bisogno di essere frenati che incoraggiati nell’impresa, e volle che, prima di prendere una decisione, riflettessero a lungo. Decise di farli aspettare tre giorni; sarebbero poi venuti nella sua cella ad esporre la propria risoluzione. Essi però, la sera di quello stesso giorno, tornarono tutti dal Superiore, per fare l’offerta completa di se stessi. Così fecero anche i fratelli conversi e i novizi, felici di anteporre al bene della vita, la corona del martirio. Il Provinciale si recò allora dal Presidente del Tribunale, angosciato molto per il dilatarsi del morbo e per la mancanza di personale. Questi fu felice di sapere che i frati erano pronti a prestare aiuto e accettò l’offerta con grande gioia e conforto. Avrebbero solo dovuto aspettare che la costruzione in S. Rocco al Gentilino fosse terminata; egli stesso intanto volle avvisare anche il Card. Federico Borromeo della novità, che esultò per questa offerta, ed ebbe per tutti i frati parole di incoraggiamento. I prescelti infatti prima di entrare al Gentilino andarono a ricevere la sua benedizione e furono accolti da lui con vero amore paterno: egli li esortò a non risparmiarsi in nulla e a servire il prossimo con amore disinteressato, per la gloria di Dio. Tutti i Padri carmelitani scalzi presero parte alla famosa processione che seguiva il corpo di S. Carlo, con grande devozione: si sa però che le cose, anziché migliorare, per l’agglomerarsi di tutta la gente stessa, andarono peggiorando. I Padri prescelti per l’aiuto agli appestati furono: Padre Ambrogio dell’Assunzione, Padre Bernardo di Gesù, fra Giovani Crisostomo di S. Agnese e fra G. Battista della Croce, converso. Si trattava di religiosi veramente esemplari per il loro tenore di vita virtuoso e santo. Fra Giovanni Crisostomo di S. Agnese era giovane, bello di aspetto, intelligente e di ingegno pronto. A ventun anni iniziò gli studi teologici e nel 1929 entrò al Carmelo, distinguendosi per il suo forte desiderio di perfezione e di amore di Dio. Fece il noviziato nel convento di S. Carlo, dando prova di sode virtù; diceva spesso agli altri il suo grande desiderio di poter donare tutto se stesso a Dio. Fra Battista della Croce, converso, era cresciuto in un ambiente povero, ma religioso: imparò a leggere e a scrivere e divenne muratore, guadagnandosi a fatica il pane quotidiano. A ventotto anni prese l’abito di fratello converso carmelitano. Era un giovane virtuoso e dedito alla preghiera, amabile con tutti, sereno e tranquillo. Divenne uomo di grande mortificazione e astinenza: faceva lavori faticosi, sopportava con pazienza i malanni e lavorava talvolta anche con la febbre; coltivava molto l’unione con Dio, concedendo parte del tempo libero all’orazione e alla contemplazione. Sul principio dell’anno 1630 assicurò i frati, con interiore certezza, che proprio in quell’anno sarebbe morto, rallegrandosene molto. Pregò con vivissima insistenza di essere scelto per aiutare gli appestati: il Superiore prima gli fece capire che non la pensava come lui, ma il giorno antecedente alla partenza lo avvisò di tenersi pronto. Egli lo ringraziò, ne lodo Dio e partì l’8 giugno insieme agli altri tre compagni. Padre Bernardo, originario di Pavia, era figlio di un fonditore di statue. A ventiquattro anni circa entrò nel Carmelo, animato da un fortissimo desiderio di servire il Signore. Fu religioso esemplare e si segnalò per le sue virtù. Era parco nel nutrirsi, non lamentandosi mai per la povertà del cibo o perché fosse male cucinato. Si segnalava per la puntualità agli atti comuni, specialmente nelle preghiere in coro; durante la notte sacrificava spesso le ore di riposo per mettersi in adorazione dell’Eucaristia. Si racconta che il Padre Maestro un giorno gli consigliò di distruggere alcuni scritti di filosofia per dedicare maggior tempo alla preghiera: indagini che gli erano costati periodi di faticoso studio e che gli erano particolarmente cari. Fra Bernardo prese subito il plico e, senza obiettare nulla, li gettò subito nel fuoco. Andò in segreto dal Padre Provinciale, esponendogli il suo desiderio di spendere la sua vita in spirito di carità verso Dio e i fratelli; lo fece però con tanta segretezza che l’intera comunità si meravigliò quando lo vide tra i prescelti per la partenza. Padre Ambrogio dell’Assunzione nacque a Cremona, da genitori poveri e modesti. Si dedicò in gioventù allo studio delle belle lettere e fu abile anche negli affari, nel trattare e conversare con la gente. Entrò nel Carmelo di Cremona, ove fece la sua professione nel 1612. I suoi confratelli ricordano di lui in particolare la puntualità al coro, tralasciando, per la recita dell’Ufficio Divino, qualsiasi altra occupazione. Quando seppe che la peste infuriava a Milano, egli scrisse al Provinciale, che accettò di buon animo la sua proposta. Quando partì dal Convento di Pavia, dove allora si trovava, disse: “Allegramente, o Padri, io me ne vado a morire e spero che presto ci rivedremo in Paradiso”. Arrivò a Milano solo la sera prima della partenza per il Lazzaretto del Gentilino. Il giorno dovuto, di buon mattino, il Padre Provinciale riunì tutti i Padri, perché si salutassero e si abbracciassero a vicenda prima della separazione: tutti piansero “lacrime di tenerezza”, nel timore di perdere i loro carissimi compagni. I partenti, “bianco vestiti e dalla veste succinta fino al ginocchio”, furono certi che il “Gentilino” sarebbe diventato il loro sepolcro. Arrivati sul luogo furono ben accolti da tutti, che si mostrarono contenti dell’arrivo e furono condotti nell’alloggio preparato: era loro compito interessarsi del bene spirituale degli appestati. Si misero subito all’opera, facendosi portare dal Convento tutto quello che serviva per celebrare la Messa. Si attennero a tutte le prescrizioni che si dovevano osservare per prevenire il morbo e si divisero così: Padre Ambrogio con un fratello presero sotto la loro protezione una parte del Lazzaretto; gli altri due si occuparono dell’altra parte. Si alzavano prestissimo al mattino, facevano la loro preghiera personale e recitavano l’Ufficio Divino; uscivano poi per la visita agli infermi, parlando loro di rassegnazione, di pazienza e di amore. Amministravano loro i Sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, fino al suono della campana per la Messa. Nel pomeriggio, dopo aver recitato il Vespro, continuavano il loro lavoro presso i malati e al suono dell’“Ave Maria” si ritiravano nella Cappella a pregare. Tornavano poi nella loro casupola e dopo la cena si ritiravano a dormire. Questo era l’orario normale; spesso tuttavia dovevano cambiarlo per imprevisti o incidenti che capitavano di notte agli appestati. Gli ammalati trovavano grandissimo conforto nel loro soccorso e nelle loro calde parole di rassegnazione, ricorrendo a loro con immensa fiducia, quando il male li colpiva in modo atroce; spesso anche li consultavano per avere un loro parere. Avvenne che purtroppo, nell’ospizio dove erano alloggiati i religiosi, un servo, colpito di peste, morì in due giorni, lasciando tutta la casa infetta del suo male. Fra Crisostomo di S. Agnese, dopo essersi dato ad una attività veramente eroica senza temere né morte, né contagio, pur con le precauzioni necessarie, si ammalò e il 29 luglio 1630, mentre la peste infuriava al massimo, morì in brevissimo tempo. Fra Giovanni Crisostomo si ammalò il 19 giugno; nonostante tutte le attenzioni che il Padre Priore ebbe per lui, dopo aver ricevuto i Sacramenti, morì come un angelo, il 24 giugno, col cuore infiammato d’amore e di generosità verso Dio e il prossimo. Padre Bernardo, andava sempre di corsa al capezzale di chi lo chiamava e disprezzava ogni contagio: era pronto a tutto e sapeva lenire con la parola gli affanni e i dolori altrui. Questo suo slancio di carità accelerò la sua morte: il 29 giugno, lasciando rarissimo esempio di virtù, morì e fu sepolto insieme al fratello Giovanni Battista. Padre Ambrogio, dopo aver fatto prodigi di carità, mostrando sollecitudine verso tutti, sofferse moltissimo per la morte dei tre confratelli; si diede tuttavia senza posa ad aiutare tutti e a non lasciare che alcuno morisse senza Sacramenti. Morì anch’egli come un angelo il 7 luglio, dopo pochi giorni di malattia. Fu veramente compianto da tutti e ritenuto come un santo. In convento il Padre Priore prese delle precauzioni: ordinò al Padre Maestro, ai novizi e ad altri Padri di isolarsi al piano superiore; egli, due frati coristi e altri frati restarono con lui al primo piano, più a contatto con l’esterno. Fu una buona risoluzione. I frati questuanti del convento tuttavia uscivano ogni giorno secondo la regola per accettare offerte, essendo poveri: purtroppo alcuni di essi caddero ammalati. Il Padre Priore, addolorato, raddoppiò le precauzioni, fece pulire le celle del corridoio inferiore e vi pose i tre fratelli infermi. Pose come infermiere un fratello il quale, sempre a contatto con gli appestati, avrebbe dovuto tenersi molto lontano dagli altri. Fece poi costruire in giardino alcune capanne, proprio per gli ammalati; spesso andava a trovarli, per incoraggiarli e rincuorarli, aveva per loro mille attenzioni; si alzava anche di notte per visitarli e per vedere se avevano bisogno di qualcosa. Avrebbe dato per loro anche la vita. Nel convento si chiamarono in aiuto altri fratelli: Padre Timoteo di S. Paolo, napoletano, sacerdote, era entrato in religione già maturo e fu eletto socio in due Capitoli provinciali; era esemplare in tutte le virtù e nella generosità. Si offerse per la cura degli ammalati nel convento, ma presto il morbo lo colpì e morì il 26 giugno 1630, a cinquantacinque anni. Fra Filippo di S. Cecilia, di Milano che si era fatto religioso a diciassette anni; era un vero frate esemplare, sempre contento, che sapeva sopportare con generosità ogni fatica. Occupatissimo nel suo compito di sacrestano, aveva spesso occasione di parlare con le persone secolari: tutti lo cercavano per avere consigli e parlare di cose spirituali. Una domenica si ammalò di peste e disse al suo Priore che sarebbe morto di sabato. E avvenne proprio così. Accadde anche che un fratello nel cambiare dal letto le sue lenzuola, sentì un delicatissimo profumo: ne fu stupito e lo disse al fratello ammalato che pure si stupì di un profumo così delizioso. Morì due mesi più tardi, lasciando un dolcissimo ricordo della sua grande carità. Fra Bruno di Gesù, che venne a Milano da Vigevano e si fece religioso verso i trenta anni. Professò nel 1629. Era di un’operosità senza stanchezza, di una mortificazione continua e coraggiosa. Fu frate questuante. Colto dal contagio un anno dopo la Professione, morì santamente, dopo aver ricevuto i Sacramenti e fu tanto compianto dai fratelli. Morirono santamente, sempre colpiti dal morbo pestilenziale Fra Cristoforo di S. Carlo, converso, molto dolce e amabile nel tratto; Padre Severino di S. Giuseppe, che occupò in vita cariche importanti pur essendo molto umile e di carità ammirevole; Fra Teofilo di S. Caterina che si distinse per obbedienza e semplicità; Fra Fabiano di S. Sebastiano, che soffrì di una infermità lunga e straordinaria, fra acutissimi dolori, morì il 21 settembre carico di meriti e di virtù eroiche. Il morbo pestifero finalmente incominciò a poco a poco a decrescere. Il Padre Priore, terminata la disinfezione, avvisò il Padre Provinciale di ritornare in convento, insieme agli altri religiosi. Egli fu lietissimo di trovare i religiosi presenti in salute. Consigliò che i Padri che più degli altri erano stati a contatto con gli ammalati, fossero sottoposti giustamente ad una quarantena. Il suo consiglio fu seguito con prudenza ed esattezza. La quarantena durò fino all’Avvento: si fece poi disinfettare tutto il convento, con gli oggetti e gli abiti di quelli che erano stati ammalati. Il Padre Provinciale ordinò, dopo tutto questo, che i frati riprendessero la loro vita normale, scandita dalla Regola. La mattina della vigilia di Natale tutti i religiosi si riunirono in coro e si abbracciarono con grande effusione, felici di ritrovarsi, dopo tanto tempo e dopo tante angosce, riuniti nella serenità della preghiera. Dio concesse a tutti, dopo tanti fatti dolorosi, un periodo di vera pace.