Fra' Lorenzo della Resurrezione

lorenzo_s.gif
 

Fra' Lorenzo della Resurrezione nacque a Hériménil, in Lorena, ai suoi tempi ducato indipendente. Il suo nome era Nicola Herman: era figlio di Dominique Herman e di Luise Mayeur, buoni e onesti genitori. La storia della sua giovinezza è legata a quella della guerra dei Trent’anni. Non si sa di preciso quando incominciò a far parte delle truppe della Lorena, occupata già nel 1632 dalla Francia. Egli comunque fu al seguito di Carlo IV. La guerra dei Trent’anni è tristemente famosa per le sue crudeltà inumane, che provocavano ovunque devastazioni orribili; i soldati commettevano azioni delittuose e vere torture agli abitanti dei luoghi da loro attraversati. Anche Nicola, come gli altri soldati, dovette vivere di saccheggio e passare per momenti difficili: pare si sia trovato per ben due volte a faccia a faccia con la morte. Un giorno venne arrestato dalle truppe tedesche, alleate con la Francia contro la Lorena; fu accusato di spionaggio e stava per essere impiccato, riuscì tuttavia a dimostrare la sua innocenza. Una seconda volta, nel 1635, sempre al seguito di Carlo IV, nell’attacco di quest’ultimo a Rambervilles, rimase gravemente ferito. Lasciò quindi il suo posto di combattente, riuscendo a poco a poco a ristabilirsi: aveva 21 anni. Fu in questo periodo toccato dalla grazia divina, che già qualche anno prima si era fatta sentire in lui, grossolano soldataccio, in modo insolito. Una sera, dopo il lavoro campestre, infatti, si era fermato stranamente a guardare, all’inizio dell’inverno, un albero completamente spoglio di foglie. Gli sembrò improvvisamente che il tempo si fermasse e si trovò a un tratto quasi vicino ad un abisso insondabile. Capiva benissimo che quell’albero, tra qualche mese, si sarebbe ricoperto di foglie e di frutti; sapeva che questo fatto non dipendeva dall’albero, ma da una Forza che con ordine e finalità, era causa di tutto questo, come di tutto quello che si muove nel cosmo intero. Ricevette in quel momento un’alta comprensione della Potenza divina e della sua Provvidenza, grazia, diciamo, non da poco. Da quel giorno Dio stesso gli fece comprendere la vanità di tutto e lo volse all’amore della Verità; proprio da quel giorno egli decise di cercare Dio più intensamente e coraggiosamente. Entrò sulle prime in contatto con un eremita e si fermò con lui. Ma, nella solitudine dell’eremo, non riuscì a trovare Dio, come si era immaginato: non era ancora capace di adattarsi ad un silenzio completo, orientato a Dio. Lasciò l’eremo e si mise a servizio di un certo Guglielmo Fieubet, nobile francese e tesoriere del re di Francia; abbandonò tuttavia ben presto anche questo posto, perché il troppo lusso e la troppa agiatezza non erano fatte per lui. Se ne andò a Parigi, implorando spesso nella Chiesa di Notre-Dame quella luce di cui sentiva il bisogno per orientarsi verso lo stato di vita che il Signore voleva da lui. Durò in questa situazione di incertezza e di agitazione per ben cinque anni; a ventisei anni il cielo parve aprirgli definitivamente la strada. Entrò in relazione con uno zio carmelitano, fratello laico, che poco per volta gli fece da vera guida e da maestro. I suoi saggi consigli lo animavano veramente e gli facevano capire che non era fatto per il mondo, né per la vita eremitica, poco adatta ai principianti della vita religiosa: egli aveva bisogno di trovare un Ordine con regole ben fondate, poggiando bene i suoi piedi su una roccia solida, che l’avrebbe liberato dalla volubilità della sua condotta. Prima di arrivare ad un impegno fermo e risolutivo, Nicola ebbe ancora tentennamenti: si decise alfine ad entrare nel Carmelo di Parigi, per vestire l’abito religioso come fratello converso. Lo zio stesso lo aveva preparato al nuovo stile di vita, fatto di preghiera, di silenzio, di lavoro manuale, di rapporto cordiale con i fratelli e con le persone che avrebbe incontrato sul suo cammino. Al Carmelo venne chiamato “Fra Lorenzo della Resurrezione”, nome del patrono della chiesa del suo villaggio. La sua Comunità era povera, ma ricca di spirito di preghiera: si trattava di una fondazione giovane che attirava numerose vocazioni. A quei tempi i fratelli laici avevano i compiti più umili ed erano a servizio degli altri religiosi: non partecipavano all’Ufficio divino, ma, nelle medesime Ore celebrate dai Padri, dicevano altre preghiere. Seguivano sempre però in coro le ore di orazione silenziose, tipiche del Carmelo; se non lo potevano fare di giorno, si alzavano a pregare di notte… Fra Lorenzo, pieno di fervore, apprese dal suo maestro di noviziato come si fa l’orazione e la meditazione: per quanto impegnative fossero le sue incombenze, non trascurò mai il tempo dedito a questa preghiera e in breve divenne il modello dei suoi compagni di noviziato. Non si lamentò mai delle occupazioni, anche le più spiacevoli e noiose e pure nelle difficoltà più dure e negli impegni più faticosi, sapeva in silenzio offrire tutto al Signore, sempre fedele e ubbidiente. Fece con tanto impegno la sua Professione il 14 agosto 1642: il suo cuore si sentiva “preso” dalla potente e forte “Presenza del Dio Vivente” che sentiva abitare in lui e col quale viveva in profondità le sue ore di orazione. Tuttavia, come egli afferma, i primi dieci anni di religione furono pieni di vera sofferenza. Egli, accorgendosi a poco a poco, molto più acutamente di prima, dei suoi difetti, ricorda con grande pena il suo passato di uomo peccatore. Lo colpisce allora la penosa incertezza di essere nell’illusione e questo guasta la gioia profonda della sua preghiera: gli passano continuamente davanti agli occhi i peccati commessi, che diventano sorgente per lui di vero, grande dolore. Di questi dieci anni di sofferenza, come egli dice, gli ultimi quattro furono i più dolorosi. Si sentiva veramente indegno dell’Amore divino: la paura penetrò nel suo animo a tal punto da diventare un tormento così forte da sentirsi degno dell’inferno. Visse questa forte croce dai 32 ai 36 anni. Tuttavia, pur sentendosi dannato, volle, per la sua grande fede, continuare ad agire puramente per amore di Dio, che sentiva di amare perdutamente. Finalmente, dopo queste terribili amarezze, cui, come dice San Giovanni della Croce, vanno soggetti i veri amici del Signore, la prova ebbe fine: la sua anima si trovò all’improvviso in una grande pace interiore: passarono sofferenze e afflizioni e ritornò nel suo animo una grande serenità. Fu nel frattempo nominato capo-cuciniere della Comunità. A quei tempi, più di cento persone frequentavano il convento di Parigi: poveri, operai, giovani studenti. In mezzo al frastuono causato da tutto questo movimento, agli inizi con fatica, poi con più facilità, egli si adattò a servire tutti e tutto, senza perdersi d’animo, e rimanendo sempre raccolto nel suo cuore. Nonostante queste tremende ore di punta, di domande inopportune, di cibi da preparare diversi dal solito per gli stomaci delicati, di disordine continuo, la sua pratica della “Presenza di Dio” non venne meno e si intrecciò alle tante cose che doveva fare: il suo “eremo” riuscì a costruirlo nel cuore.

 

La sua dottrina

Fra Lorenzo capisce assai bene che se la fede in una persona aderisce alla volontà divina e si conforma a lei, senza badare alle gioie che prova, ben presto l’Amore divino diviene in lei puro e l’anima è capace di ridonare questo Amore a Dio stesso. Fra Lorenzo ha capito molto bene questo nella sua semplicità e ha esperimentato la legge di questo sviluppo della fede nel suo essere. Egli afferma che se la fede ha bisogno a volte di appoggiarsi ai nostri ragionamenti umani, tende, per sua natura, ad uscire da essi. Le idee umane, invece di spiegarla, non fanno che limitarla ed i sentimenti nei quali vogliamo gustarla, a volte, possono anche inquinarla. Le stesse grazie, attraverso le quali Dio può lasciarsi sentire da noi, servono ad alimentare la nostra fede in Lui: solo la fede esprime Dio tutto intero, senza riduzioni e alterazioni di sorta. Vivere di fede è aderire con tutto se stesso alla Verità, cioè a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, che si sono a noi rivelati nella Parola e nella tradizione della Chiesa. La fede nuda è una fede che non conosce puntelli umani, che non si affida ai gusti … sensibili ed al sentire spirituale, fermandosi in esso. Egli dice: “Una devozione sensibile che passa in un momento, soddisfa: ma siamo ciechi, perché agendo così, leghiamo le mani a Dio e fermiamo l’abbondanza delle sue grazie. Nella grazia, quando si cerca la propria soddisfazione, s’inaridisce lo sgorgare della fede pura”. Non bisogna quindi cercare il gusto, perché questo non è Dio; Egli è infinitamente più grande e diverso da quello che “si sente”. E’ nel progresso delle virtù teologali in noi, che aumenta l’unione con Dio. “Beati quelli che crederanno, senza aver visto”, dice Gesù. La fede di Fra Lorenzo si fa così luminosa che “non crede quasi più”, ma “vede” qualcosa della Presenza divina nella sua anima. Dio lo “tocca con mano”. L’anima di Fra Lorenzo è completamente rivestita di semplicità divina: egli si inserisce così nella linea dei mistici carmelitani. Fra Lorenzo dice nei suoi scritti che bisogna invocare la fede. La fede infatti fu la sola luce di cui egli si servì, non solo per conoscere Dio all’inizio, ma anche in seguito, lungo tutta la sua vita. La sua vita spirituale è teocentrica. Egli stesso afferma: “Il fondamento della vita spirituale consiste in un’alta idea e stima di Dio”. La parola vera della nostra adorazione è questa: “Dio è”.

 

La presenza di Dio

Per giungere alla scoperta vera di questo Dio ed alla realizzazione di questa fede viva, Fra Lorenzo non segue che un metodo: l’esercizio della “Presenza di Dio”. Egli dice infatti che la Presenza di Dio consiste nell’essere contenti e prendere dimestichezza con la sua divina compagnia, parlando umilmente ed intrattenendosi col Signore amorevolmente in ogni tempo, in ogni momento, senza regole speciali. Si tratta quindi di un conversare molto semplice, non studiato; di uno “stare con Lui” non solo nelle ore di preghiera, ma durante tutto il giorno e tutta la vita. Il Signore dice nel Vangelo: “Bisogna pregare sempre”. Non si deve però credere che si possa arrivare a questo senza lotta e senza fatica: Fra Lorenzo dice apertamente che dovette lottare molto agli inizi, per allontanare le distrazioni e per ricordarsi di questo esercizio; era capace però di riprenderlo più volte, senza farsi problemi: non si scoraggiava, ma rimaneva perseverante e fortemente tenace. Bisogna per questo avere pazienza e coraggio. “Passerà un po’ di tempo - aggiunge il frate - prima che ‘gli occhi del cuore’ (Ef, 1, 18) comincino a funzionare bene… Io comprendo di più, per mezzo della fede, in poco tempo, quelle verità che potrei comprendere in molti anni nelle scuole senza questo esercizio di fede”. “Su di te - dice Fra Lorenzo - riposa uno sguardo tutto paterno di Dio. Nello stesso tempo il Padre ti guarda attraverso gli occhi umani del suo Figlio Gesù: occhi pieni di Amore, pieni di Spirito Santo… Silenzioso, ma attento e affettuoso. Il suo sguardo è penetrante e presente fin nel più intimo del tuo essere… E’ un incontro da persona a persona. Ma ha qualcosa di più: Egli ti ama per primo!”. “Accetta l’invito, accetta la sua Presenza… Imparare a vivere alla Presenza di Dio, è formare una relazione d’Amore con Lui”. E’ quindi necessario “pensare a Lui”. Nella sua autocoscienza, Fra Lorenzo passa proprio da questo pensare, al vero raccoglimento, attraverso il quale si dà del tutto al Suo Signore. Per questo afferma: “Nella via di Dio i pensieri contano poco, l’amore è tutto”. Sostiene quindi, con una certa autorità, a chi si confida con lui, che la presenza di Dio deve essere mantenuta nell’anima più dal cuore e dall’amore, che dalla comprensione delle cose attraverso l’intelletto e il discorso. Dice anche che la nostra santificazione non dipende dal cambiare le nostre azioni e fare opere speciali, ma dal “fare per Dio” quello che ordinariamente facciamo per noi o per il nostro interesse. Per questo frate infatti era indifferente dedicarsi ad un lavoro o a un altro: era importante fare tutto solo per Dio. Egli non voleva che il bene e la gloria sua. Dopo aver lavorato quindici anni in cucina, Fra Lorenzo, che soffre di gotta e di sciatica che lo rende zoppo, deve cambiare mestiere: lascia del tutto la cucina per diventare il calzolaio della Comunità. Egli vuole ugualmente fare bene quello che deve fare: è ormai un religioso maturo, dall’accoglienza aperta e dai modi semplici e modesti. Scriveva Fenelon: “Fra Lorenzo è rozzo per natura e delicato per grazia. Quest’insieme è amabile e mostra Dio in Lui”. La sua vita è diventata più calma e tranquilla. Compie il suo lavoro con gioia e in silenzio si rivolge profondamente a Dio: pensa all’Amore. Sceglie a volte una piccola frase: “Dio d’Amore, che io vi ami con tutto il cuore!” Mentre tira il filo o pesta un chiodo, prega: “Dio d’Amore … tutto il mio cuore … Dio d’Amore…”. Va, sempre zoppicando, alla sua calzoleria ripetendo la stessa frase: “Dio d’Amore … tutto il mio cuore…”. Senza essere una persona istruita, ha ricevuto il dono di poter spiegare agli altri il cammino che conduce alla Presenza di Dio. Egli sa che, praticandola così, si diventa spirituali in poco tempo, anche se l’abitudine non si acquisisce che con fatica. Ma egli stesso afferma: “Bisogna adattarsi, abituarsi, applicarsi, familiarizzarsi con il Dio presente, formarsi l’abitudine di vivere alla sua Presenza, tenersi fedelmente a questa sua Presenza, stare sempre con Dio”. “Bisogna - egli continua - servire Dio in santa libertà, trovarlo con fedeltà, senza turbamenti né inquietudini”. La prova del nove di tutto questo, quando davvero lo si è assimilato, è il constatare se si ha un vero amore per il prossimo. Egli diceva: “Il tuo fratello e la tua sorella, s’identificano, per così dire, con Cristo”. Per questo egli si faceva tutto a tutti, per guadagnare tutti a Dio. La sciatica persistente di Fra Lorenzo, con la vecchiaia, era degenerata in un’ulcera alla gamba che gli era causa di dolori molto forti. Non perse però mai il suo buon umore. Egli era maturo per il cielo: il 12 febbraio 1691, già quasi ottantenne, tra grandi sofferenze, diede prova di ammirevole coraggio. Alcuni istanti prima di morire, disse ai confratelli: “Faccio quello che farò per tutta l’eternità: benedico Dio, lodo Dio, lo adoro, lo amo con tutto il cuore”. Passò così dalla luce alla luce.