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LA NOSTRA STORIA

Nel susseguirsi del tempo e dei secoli, i volti di ciascuna persona si susseguono e si dissolvono, ma lasciano una profonda traccia nella grande catena di trasmissione che si diparte dall’origine per giungere all’oggi.
Volti noti e volti sconosciuti ma tutti indispensabili e uniti dal grande collante del comune desiderio di rispondere a Colui che chiama a salire il Monte Carmelo.
Per noi, compagni e compagne di percorso che tramandano il richiamo e sono icone viventi e trasfigurate dal grande dono di Gesù Cristo al Padre mentre percorreva le strade del mondo.

 
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Nel corso dei secoli le pagine del libro delle Fondazioni di Teresa si sono arricchite a dismisura: innumerevoli Carmeli trapuntano le terre dei continenti.
Rosa Ambrogina Bonfanti di Belforte scrisse la sua pagina proprio nella diocesi di S. Ambrogio.
Il punto di partenza risale molto lontano nel tempo della sua esistenza terrena e, come spesso capita nella storia, poggia proprio su di un fallimento.
Le macerie di una persona hanno costituito il materiale, una «pietra viva» e dolente, con cui il Signore ha edificato il monastero dove molte altre «pietre vive», con gioia stanno godendo il dono dell’avventura eremitica.
Rovine che allo sguardo esterno dicevano fallimento e scorno e che, invece, significavano per Dio già il preludio di una riuscita. Rosa Ambrogina seppe accettare tutto e, con «determinata determinazione», perseguire una sua intuizione che avrebbe stroncato anche fibre forti e vigorose.

 

La famiglia Bonfanti di Belforte

Giovanni Battista Bonfanti, padre di Rosa Ambrogina, passò alla storia come un inventore ed un imprenditore.
Le ricerche araldiche hanno dimostrato che i Bonfanti risalgono ad un Bonfans del XIII secolo «de loco Badaggio» e al notaio Jacobus Bonfantus «missus Enrici imperatoris».
La famiglia operò sempre vivamente sul tessuto di Lombardia, Carlo Bonfanti fu investito del titolo comitale nel 1610.
Il terzo ramo, cui appartengono Rosa Ambrogina e i suoi familiari, è quello dei Bonfanti di Gorla, discendente dai Bonfanti di Belforte (Mantova) . Fu l’imperatrice Maria Teresa nel 1742 ad insignire Cristoforo del titolo nobiliare trasmissibile ai suoi discendenti.
La peste del 1630 aveva costretto la famiglia a spostarsi nel Varesotto e qui, a Prospiano , nel 1870 nacque Giovanni Battista padre di Rosa Ambrogina.
Egli riuscì a costruire un telaio innovativo: quella che per noi è la scontata cimossa, allora non esisteva. Siamo agli inizi del secolo XX.
Messa a punto la sua invenzione e acquisitone il brevetto, Giovanni Battista Bonfanti iniziò a propagandare il telaio nelle tessiture intorno a Legnano e poi nel milanese.
Così, stabilimenti e filande adottarono il nuovo sistema; si ricordi infatti che negli anni 1915–1918 le filande di Legnano assursero al ruolo delle filande più importanti della Lombardia.
Con un socio Giovanni Battista iniziò anche un’attività imprenditoriale propria e divenne proprietario di filande e stabilimenti; la prosperità della famiglia quindi andava crescendo.
Crescevano anche i figli. Giovanni Battista aveva sposato Anna Pozzi e dal loro matrimonio erano nate quattro femmine ed un maschio: Emma Maria nel 1902, Anita nel 1904, Iride nel 1096, Rosa Ambrogina nel 1910 e Luigi nel 1911.
L’attività delle ditte Bonfanti di Belforte ferveva e l’impegno lavorativo dei soci era notevole.
Giovanni Battista Bonfanti, in seguito ad un acquazzone, contrasse la broncopolmonite che la medicina di allora non era in grado di sconfiggere. Non riuscì a superare la malattia e morì lasciando la giovane vedova con i cinque figli tutti ancora piccoli.
Rosa Ambrogina contava solo tre anni.
La vedova, forse sopraffatta dal dolore, consegnò tutta la sua fiducia al socio del consorte defunto. La decisione si rivelò drammaticamente negativa.
In una sequenza di colpi di scena poco chiari e che, ancor oggi, nessuno più vuole rivangare, il socio scomparve, probabilmente andò negli Stati Uniti, portandosi il brevetto di Giovanni che risultava intestato a lui solo.
La vedova si ritrovò catastroficamente sul lastrico e dovette pensare ad allevare i figli e trovare un mezzo di sussistenza.
La risalita dei Bonfanti iniziò con piccoli laboratori che le ragazze Bonfanti, non smentendo il sangue paterno, seppero far funzionare e progredire.
Nel frattempo la vedova Bonfanti aveva contratto nuove nozze con Primo Lamperti e dato alla luce Alessandro che fu sempre amato dalle sue sorelle e dal fratello.

 
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La giovane ragazza nei primi anni del secolo manifesta già una caratteristica che rimarrà sua propria: una religiosità evidente e il desiderio di darsi a Dio.
La fragilità della salute indusse Mons. Domenico Bernareggi, suo confessore, a scartare la possibilità di entrare nel Carmelo, come era nel desiderio di Rosa Ambrogina.
Si pensò alla Visitazione che, con la sua regola soave, avrebbe consentito anche ad una costituzione delicata come la sua di poter vivere la vita monastica.
Rosa Ambrogina entrò così tra le Visitandine di Via S. Sofia a ventidue anni; la sua salute però era sempre fragile e, dopo un tentativo protratto all’estremo delle forze, dovette uscire proprio alla vigilia della professione solenne, con grande dolore, dal monastero. Un’endovenosa le aveva infatti causato disturbi e malattie che, poi, si protrarranno per tutta la vita.
La giovane non visse l’esperienza come una sconfitta e, magari, conservando nel cuore un certo rammarico. La nostalgia e l’anelito alla vita monastica in lei rimasero intatti e puri.
Il desiderio di vita monastica andò in frantumi ma non così il desiderio di appartenenza a Dio che divenne il perno della sua vita.
Rosa Ambrogina inoltre si ripropose di fondare un Carmelo, proprio perché altre giovani, tante giovani, potessero trovare un luogo accogliente dove vivere la loro chiamata.
Ella però si interrogava sulla sua vita e sulla sua missione nella vita. Affiancò quindi la sorella, Emma Maria nel fruttuoso commercio di famiglia lanciato dalla intraprendenza e dalla capacità creativa di stilista di quest’ultima, dirigendo un laboratorio di famiglia.
Anche le altre sorelle si erano immerse nel campo imprenditoriale, soprattutto Emma Maria con rari doti artistiche.
Il commendatore Felice Pirovano possedeva alcuni negozi nelle vie centrali di Milano: via Montenapoleone 8, Corso Buenos Aires e via Torino. I suoi prodotti erano pregiati tanto da essere Fornitore della Real Casa Savoia.
Quando egli si rese conto del talento di Emma Maria le dette carta bianca nella gestione delle boutiques che, ben presto, subirono una trasformazione e uno slancio incredibile.
Emma Maria insieme con la sorella Anita sposata Tosi creavano i modelli degli abiti, mentre tutta la pelletteria era affidata ad Iride sposata Rizza.
Il conte Felice Pirovano, rimasto vedovo, sposò nel 1946 Emma Maria che divenne amica della figlia Carla, diplomata a Brera, allieva di Argan a Roma, successivamente moglie dell’editore Carrocci e direttrice artistica della rivista «La Nuova Italia».
In questo quadro creativo a Rosa Ambrogina era affidato un ruolo molto significativo: i rapporti umani, quelli che mediano e smussano, che evitano gli attriti, insieme con una supervisione della parte economico finanziaria della ditta che, via via, cresceva e prosperava.
La contessa Emma Maria introdusse l’alta moda nell’ambiente milanese e creò le toilettes per le signore appartenenti alle grandi famiglie milanesi:
Monzino, Trocchetti Provara, Moratti e diventò la stilista del 70% delle frequentatrici della Scala. Si trattava di abiti di lusso con grande rifiniture, accompagnati dalle creazioni delle pelletterie esclusive di Iride Rizza.
La ditta contava ben 180 dipendenti interni e 250 esterni e conobbe un’espansione internazionale – dalla Svizzera agli USA -, prendendo parte alle sfilate di alta moda. L’orgoglio della boutique Pirovano era l’alto livello morale esigito dai dipendenti, la grande giustizia umana nelle retribuzioni e un’educazione di rispetto tale che rendeva alle clienti gradevole dire: «Mi servo dalla boutique Pirovano».
I dipendenti potevano contare, in caso di necessità, sui proprietari sempre disponibili ad un aiuto economico che coprisse qualche falla o aiutasse qualche familiare ammalato.
Il conte Pirovano, divenuto nel 1950 Cavaliere di Malta, operava anche in politica divenendo sindaco di Missaglia, dove la famiglia possedeva una proprietà. Egli fu prodigo nelle opere sociali, costruì l’asilo, ristrutturò il Comune e la chiesa.
Rosa Ambrogina di tutto questo articolato ambiente tirava le fila con un animo ricco di religiosità e di attenzione umana in ogni suggerimento, sia relativo all’andamento commerciale, sia in quello interpersonale.
Ella palesemente insieme alle generose sorelle e celatamente, riservandone la conoscenza a Dio solo, apriva la sua mano ad ogni aiuto possibile. Il cardinale Schuster sapeva di poter ricorrere a lei per qualche soccorso difficile; il cardinale Montini la ricevette e fu in corrispondenza con lei; il cardinale Saldarini era di casa.
Con il card. C. M. Martini la confidenza di Rosa Ambrogina crebbe fino a comunicargli i grandi passi della sua vita interiore, ricevendone incoraggiamento e benedizione.
I suoi quaderni spirituali, ricchi di note interiori e postillati fino al 1962 da Mons. D. Bernareggi, lasciano stupiti per la ricchezza di doni di cui lo Spirito colmò l’anima di Rosa Ambrogina ed insieme palesano la totalità del suo abbandono, della sua incessante ricerca di Dio.
La salute non solo fu precaria ma, spesso, giunse al limite estremo e tutti pensavano che la sua vita si spegnesse. Ella viveva tutto sotto «l’occhio del Padre» e i suoi voti di povertà, obbedienza e castità la rendevano sempre «più morta a se stessa ed aperta a Dio e ai fratelli».
Desiderava essere un altare su di cui si consumava il sacrificio che avrebbe donato a tutti «il Pane della vita», l’Eucaristia.

 

Il DESIDERIO GIOVANILE DIVENTA REALTA'

Rosa Ambrogina aveva intuito frattanto quale era il compito che si stava delineando per la sua vita: fondare un monastero carmelitano. Ella non aveva scordato la sua permanenza in monastero e visitava spesso le Visitandine di via S. Sofia; divenne però anche amica della madre priora di Milano, Emmanuela della Madre di Dio, cui confidò il suo segreto: fondare un Carmelo.
Non è così semplice tuttavia trovare un numero sufficiente di monache per aprire un nuovo monastero, quando ne esistono altri che hanno bisogno di rinforzi giovanili.
Il progetto richiese quindi una tenacia messa a dura prova.
La località prescelta è legata alla vicenda delle sorelle De Micheli, divenute sue amiche, e che, a loro volta, stavano perseguendo un proprio progetto a lungo accarezzato: aprire una casa per il clero. La famiglia De Micheli possedeva un terreno in vetta ad una collina, proprio nel centro della Valsassina, in località Cantello.
Per i cultori di storia patria, sarà immediato il riferimento alla beata Guarisca, al monastero e all’ospedale che offriva ospitalità a tutti i malati del circondario. Ancora oggi esistono alcuni ruderi che ne testimoniano l’esistenza e l’operosità.
Rosa Ambrogina, un giorno mentre si trovava in visita dalle sorelle De Micheli, posando lo sguardo nella vallata, scorse al di là delle colline il campanile di Concenedo, alcuni prati e dei dossi. L’impeto del suo spirito fu tale da esprimerlo verbalmente: «Costruirò là un monastero carmelitano».
A quel giorno risale la nascita del nostro Carmelo dedicato a «Nostra Signora del Monte Carmelo». La sua realizzazione invece conobbe tempi lunghi e tappe diversificate.
Negli anni ‘60 fu necessario acquistare i terreni dai diversi proprietari, scegliere il progettista e poi affidarsi alla ditta Remo Arrigoni-Marocco, allora giovane imprenditore, per la costruzione della casa. Seguì l’aggiunta successiva del silente castagneto acquistato dalla famiglia di Ginetto Invernizzi, contenta che potesse diventare un polmone di verde per una comunità orante.
Rosa Ambrogina, che conservava il segreto del suo desiderio profondo, non mancò di far scendere nelle fondamenta alcuni segni carmelitani: delle medagliette con la Madonna del Carmelo e della prediletta Teresa di Gesù Bambino.
Inizialmente la casa fu divisa in tre appartamenti, uno per ciascuna delle sorelle Bonfanti di Belforte. Con il passare degli anni, Rosa Ambrogina ne divenne la sola proprietaria, anche con il consenso della contessa Emma Maria, cui aveva confidato il desiderio di fondare un Carmelo.

Dapprima a Concenedo nel fienile ristrutturato, denominato il «Monasterino», vennero temporaneamente ospitate alcune monache fragili di salute, bisognose di un recupero di forze. Strada facendo però Rosa Ambrogina comprese che, per una comunità vitale e formata, erano necessari ambienti più vasti e organizzati, proprio perché la vita eremitica di
solitudine che caratterizza la carmelitana potesse essere vissuta integralmente.
Fu anche difficile trovare le monache che si buttassero nell’impresa di una nuova fondazione. Madre Emanuela della Madre di Dio, priora del Carmelo di Milano, non poté mai accondiscendere ai suoi desideri.
Intanto gli anni passavano e tutto dava a vedere che sulle macerie di una vocazione non realizzata in età giovanile, si sarebbero abbattute anche quelle di un desiderio frustrato di fondazione.
Nel 1985 invece si aprì il primo spiraglio: un gruppetto di monache, provenienti dal Carmelo di San Remo, cercava una località in cui aprire un Carmelo. I due desideri confluirono in un solo: le sorelle giunsero a Concenedo il 1 ottobre 1985.
Rosa Ambrogina, nel frattempo, aveva visto declinare la sua salute. Il medico non le permise più di soggiornarne nella casa di «S. Maria al Monte», perché l’altitudine avrebbe potuto danneggiare il suo cuore.
Il 1 maggio 1991 il cardinale Carlo Maria Martini, che aveva sempre seguito molto da vicino tutti i desideri e tutte le vicende della neo nata casa, attraverso la sua amicizia con la signorina Rosa Ambrogina, dopo la venuta a Concenedo di Barzio di un gruppo di carmelitane provenienti dal Carmelo di Legnano, riconobbe il «Sito S. Maria al Monte», come un monastero di clausura appartenente all’Ordine delle Carmelitane Scalze.
Le vicissitudini tuttavia non erano ancora concluse: i permessi per la costruzione della cappella e della ristrutturazione della casa non furono agevoli. Finalmente con la guida e i preziosi consigli dell’avv. Franco Orcese si riaffidò nuovamente alla ditta dell’imprenditore Remo Arrigoni Marocco il notevole lavoro della cappella sotterranea, dovuta alla genialità dell’architetto F. Stefanoni.

La signorina Rosa Ambrogina, ogni tanto, accompagnata dal medico e dalla sua infermiera, solo per qualche ora poté gioire e della nuova comunità e della costruzione che avanzava.
Le difficoltà, geologiche e legate alla natura del terreno, furono superate grazie alla competenza dell’ing. Franco Parolari, del geometra Alvaro Ferrari e del geologo dott. Pierfranco Invernizzi.
La casa ristrutturata, almeno parzialmente, la mansarda rimessa a nuovo, consentì un nuovo afflusso di monache, determinante per la vita regolare di clausura delle carmelitane. Il gruppo di monache proveniente dal Carmelo di Ferrara, nel marzo 1999, portò con grande gioia di tutte, all’apertura del tanto atteso noviziato.
La signorina si rallegrava ad ogni nostra telefonata: il noviziato cresceva a vista d’occhio. Senza che nessuna di noi l’avesse predeterminato, la prima novizia del monastero di «S. Maria del Monte Carmelo» varcò la fatidica soglia proprio nel giorno del compleanno di Rosa Ambrogina: il 19 settembre 1999.
Ora il noviziato pullula di giovani leve: ben sette ragazze stanno compiendo il loro cammino di formazione.
Tutti i loro passi furono seguiti con attenzione da quella ragazza che non poté allora perseverare nella vita monastica: il progetto di Dio che sembrava fallimentare negli anni ‘20, sul finire del secolo consente ora a numerose monache di vivere la vita monastica carmelitana.
Ed è un seme gettato per sempre, a monaca succederà monaca, la lode di Dio

 

IL FUOCO MISSIONARIO

Rosa Ambrogina chiamava il Carmelo il «fuoco», perché voleva tutte le monache ardenti di amore per Dio.
Poteva un desiderio come il suo limitarsi a Concenedo di Barzio? Il suo impeto missionario la portò ad aiutare e, in concreto, a divenire la fondatrice, di un Carmelo africano.
La storia inizia da lontano: nel 1989 dieci carmelitane provenienti dai Carmeli di Legnano, Lodi e Ferrara avevano ridato vita ad un’antica fondazione carmelitana a Yaundé, capitale del Cameroun, offrendo ben dieci sorelle che avevano riconosciuto in loro una chiamata missionaria. Dopo le prime difficoltà e il tempo necessario all’adattamento, la comunità incominciò la grande avventura dell’accoglienza delle giovani locali. Ora il Carmelo è fiorente e ricco di vocazioni camerunesi.
Nel Nord del paese invece in località Figuil, con un clima torrido e umido, un gruppo di carmelitane africane e due sorelle europee, una belga ed una francese, avevano, negli stessi anni, dato inizio ad un altro Carmelo. Quando la signorina lo seppe dalla priora di Concenedo, M. Maria Piera, si offrì per aiutare anche queste sorelle che versavano in reali difficoltà economiche e completò la costruzione dell’edificio. Rosa Ambrogina è giustamente ritenuta la loro benefattrice e fondatrice.

Anche nella villa di Missaglia volle che si accendesse un «fuoco», affidato alle Carmelitane Teresiane di Firenze, che vi aprirono una casa di preghiera. Dopo qualche anno di attività tuttavia sembrò opportuno chiudere la casa di Missaglia e spostare l’accoglienza a Praga: qui arde il terzo «fuoco».

Quando la sua salute cominciò a declinare, la preghiera delle sue carmelitane si fece più intensa, più partecipe, sapendo però che era accompagnata dal suo confessore don Aldo Monga e dalle sue affezionate infermiere.
La notizia della sua morte, tuttavia, ci colse di sorpresa il 7 gennaio 2002.
Con molta emozione l’accogliemmo per le esequie il 9 gennaio nella sua cappella, non ancora ultimata ma agibile, e le facemmo corona intorno, insieme con i suoi nipoti Carlo Rizza e signora, Felice Bonfanti di Belforte e signora, e Francesca Lamperti.
Ora ella riposa nel piccolo cimitero di Concenedo di Barzio, quanto più possibile vicino al suo «fuoco», La Cappella del monastero è stata dedicata a Teresa di Gesù Bambino e consacrata il 12 maggio 2003 dal Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano. Una giornata storica per l’intero decanato della Valsassina.
Oggi le Carmelitane, circa 13.500 monache, sono presenti in tutti i continenti, fondate sulla Parola di Dio, la preghiera per tutti i fratelli e la condivisione appassionata del tratto di storia loro donato.

La creazione più bella che potesse nascere dal suo personale dolore e dalla sua generosità.