Beato Tito Brandsma

1881 – 1942

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Nel nord dell’Olanda, in Frisia, nacque il 23 febbraio 1881, a Ugokloster, Anno Sjoerd Brandsma, in una fattoria poco distante da Bolsward. Il luogo è circondato da molti prati, ove pascolano numerosi animali e dove si incrociano tanti ruscelli che allagherebbero la zona, se non fossero trattenuti dai mulini a vento. Il padre, uomo all’apparenza asciutto, di grande bontà, contadino attaccato alla religione cristiana cattolica, appassionato di musica; la madre, donna che sapeva governare bene i figli e di grande fede. Anno era nato dopo quattro sorelle, più tardi nascerà il fratello Enrico. Era un bambino vivace e intelligente, e delicato di salute; a sei anni iniziò la scuola a Bolsward, seguendo alla fine delle elementari un corso di francese. Sentì molto presto nel suo intimo, e specialmente nel giorno della sua Prima Comunione, la vocazione al sacerdozio: a undici anni, seguito poi dal fratello Enrico, entrò in un pensionato di studenti retto da francescani, vicino a Megen. Piccolo di statura, magro e malaticcio, venne soprannominato “Il Punto”. Si accorsero ben presto tutti che per il suo giudizio, la sua intelligenza, le sue qualità rilevanti, era tra gli scolari più dotati: amava leggere, comporre poesie, darsi alla musica, preparare riassunti di materie di studio per i suoi compagni. Nel periodo di vacanza ritornò alla casa paterna: doveva curare lo stomaco malato, che gli dava acuti dolori. Terminati gli studi, i suoi Superiori desiderarono si scegliesse un ordine religioso: egli si orientò al Carmelo. A diciassette anni Anno decise di entrare al Carmelo dei frati calzati di Boxmear, vicino a Megen. Rivestì poco dopo l’abito carmelitano prendendo il nome di “Tito”: gli piaceva il fatto che al centro del Carmelo stesse “la sete del Dio vivente e il precetto di meditare giorno e notte la legge del Signore”. Porterà per tutta la vita l’amore a Gesù Eucaristia e la devozione a Maria, sentita come Madre e Sorella. Il noviziato fu anche per lui una prova: la vita religiosa aveva a quei tempi esigenze diverse e più profonde di quelle attuali: bisognava alzarsi a mezzanotte per la recita dell’Ufficio delle Ore, anche se faceva tanto freddo e il corpo per il gelo s’intirizziva. Fra Tito cercò, nonostante la malferma salute, di essere fedele in tutto. Nel 1899 emise la sua Professione Temporanea: nonostante la malattia di stomaco, riuscì a continuare la sua vita carmelitana, con qualche opportuna dispensa, che a lui fece dispiacere. Si appassionò ai grandi mistici e in particolare a Santa Teresa d’Avila e a San Giovanni della Croce. Tradusse dal francese un’antologia degli scritti di Santa Teresa, che venne stampata e pubblicata nel 1901; la sua ansia di sapere gli permise una conoscenza solida di tutta la letteratura religiosa e dei veri valori spirituali: fu un appassionato di mistica. Nel 1901 incontrò Padre Uberto Driesser, dottore di filosofia, laureato a Roma, all’Università Gregoriana: fece amicizia con lui. Padre Uberto parlava in latino e i compagni non lo capivano. Fra Tito propose al Padre di prendere degli appunti che, prima verificati da lui, avrebbero aiutato i compagni. Padre Uberto lo stimò molto, consapevole di aver trovato in lui una persona fuori dal comune. Il lavoro intrapreso che portò veri frutti, tuttavia durò poco: Fra Tito, per un’ulcera gastrica, fu costretto a letto. L’amicizia tra i due non venne meno, anzi si rinsaldò. Tito può tuttavia emettere con i suoi compagni la Professione Solenne: si trasferisce alla città di Oss, nel Brabante, dove il convento è pieno di pace e di raccoglimento che favoriscono studio e preghiere. Qui si prepara al sacerdozio e trascorrerà venti anni della sua vita, dando forma all’attrattiva più vivace del suo apostolato: scrivere e dare alle stampe; impegno della sua vita e causa stessa del suo martirio. Continua a occuparsi, con i suoi compagni, di teologia e s’interessa della stampa cattolica: i Carmelitani pubblicano un foglio mensile che porta il titolo di un confratello: “Battista Mantovano”; il periodico cambia nome e diventa una rivista intitolata: “Dal Carmelo di Olanda” che a poco a poco viene ad avere larga diffusione. Fra Tito è segretario di redazione: ha l’animo del vero giornalista che mette a disposizione idee e informazioni, iniziative e propositi, amando la ricerca di temi e formule nuove. Si permette di esprimere opinioni su alcune materie trattate: la cosa piace poco al suo professore, che ha paura che Fra Tito vada fuori strada. Nel giugno 1905 diventa sacerdote, alla presenza dei genitori e di tutti i familiari, orgogliosi di avere un figlio donato al Signore. Egli però, per le sue idee innovatrici, non è mandato a Roma a studiare, rimane lasciato nell’ombra, come sacrestano del convento anche perché entra in conflitto col fratello di Padre Uberto, che giudicava con severità i difetti e limiti di Fra Tito. Per il giovane è però una vera prova. Il fratello, Padre Uberto, come viene a saperlo ne soffre: viene a Oss, rimette tutta la situazione a posto e parte con Padre Tito per Roma. Padre Tito, nel collegio internazionale dei Padri Carmelitani ritrova la pace e la serenità e intraprende gli studi filosofici all’Università Gregoriana, seguendo i corsi dei Padri Gesuiti e altri corsi di sociologia. Riscuote intorno a sé calde simpatie da parte di molti: un giorno gli viene chiesto un discorso in latino e raccoglie un successo insperato. Purtroppo la salute declina ed egli è costretto a tornare in Olanda; rianimato però da amici e professori, finalmente, nel 1909 riesce a tornare a Roma e a laurearsi. Padre Tito ritorna felice ad Oss, per insegnare ai giovani chierici. Insieme a Padre Uberto, diventato Superiore della Provincia di Olanda, può portare a termine delle sistemazioni di strutture e iniziative diverse da quelle precedenti. Il rinnovamento passa per una riqualificazione culturale: si adottano i pensieri filosofici del Card. Mercier. Padre Tito si dedica anche al giornalismo: già a Roma aveva portato il suo aiuto a riviste cattoliche già esistenti; i suoi scritti contengono osservazioni pratiche, effettive e non teoriche. Nel 1912, per sua iniziativa, nasce la rivista: “Rosa del Carmelo” che in breve tempo si diffonde moltissimo. Deve però lasciare improvvisamente la pubblicazione di tutti i suoi articoli: i Superiori, preoccupati per la sua salute, lo obbligano a lasciare ogni altra attività, che non sia l’insegnamento. Egli compie con generosità e obbedienza questo grande sacrificio. Il giovane professore Tito Brandsma inizierà la sua carriera, che lo porterà in seguito fino alla cattedra universitaria. La sua voce, quale professore, è debole, gracile e monotona, ma sa ugualmente comunicare entusiasmo e convinzioni. Padre Tito ebbe anche l’idea di realizzare scuole private a Oss e altrove, rette da Carmelitani, che potevano frequentare anche i giovani che non pensavano di farsi religiosi. Insieme a Padre Uberto fece rifiorire il suo Ordine, dando agli scolari cultura adeguata. Il Carmelo olandese crebbe così a quei tempi come albero robusto e divenne uno dei più fecondi. Ad Oss Padre Tito ebbe tempo anche di occuparsi dei grandi mistici fiamminghi ed in particolare di quelli carmelitani. Sulla via di questi santi sente sempre di più egli stesso il bisogno di Dio, avviandosi con animo sempre più forte alla vera contemplazione. Tradusse nel 1917, con Padre Uberto, dallo spagnolo le opere di Santa Teresa. Egli è proprio il mistico, il contemplativo e l’esperto delle cose dello spirito: “Bisogna - egli dice - tenere costantemente Dio sullo sfondo della propria vita e adorarlo non solo dentro il nostro cuore, bensì in tutto ciò che esiste…”. Si adoperò anche per far conoscere in Olanda le missioni, organizzando conferenze, incontri, mostre missionarie anche in Asia e in Africa. Per lungo tempo è costretto a letto, perché il suo stomaco arriva ad avere sbocchi di sangue: egli però vuol dare a Dio fino in fondo le poche forze che possiede. Divenuto Priore ad Oss dice: “La nostra presenza sia sempre una festa e porti pace a chi sta con noi. E’ necessario darsi tutto a tutti…”. Dà ordine al frate portinaio, perché non allontani mai nessuno che cerchi lui: tenta di illuminare tutti con la sua parola, cura gli infermi, aiuta i poveri. E’ sempre allegro, felice e sorridente, cercando di comunicare a tutti la sua interiore serenità. Terminata la sua carica triennale non fu rieletto per imprudenze sue, fatte per aiutare i poveri. Gli fu invece affidata la riorganizzazione del giornale “La città di Oss” che si era andata trascurando; nonostante la sua salute così precaria, si assunse ancora, e con vero frutto, il suo compito di giornalista. Nel 1923 a Nimega divenne professore all’Università Cattolica: ha quarantadue anni e deve darsi ancora all’insegnamento della filosofia, della filosofia della storia, della storia della mistica, in particolare di quella olandese. Padre Tito accetta la nomina cercando di obbedire con gioia alla volontà di Dio e impegnandosi con tutte le sue forze. Nel 1932 ottiene il massimo degli onori: diventa Rettore Magnifico dell’Università Cattolica di Nimega: pronuncia per l’occasione un discorso che è rimasto famoso. Fondò in quegli anni un Istituto di Mistica e un nuovo convento carmelitano a Nimega; fece in quel periodo diversi viaggi, a Milano, incontrandosi con Padre Gemelli, a Roma, ove ebbe un’udienza con papa Pio XI; andò in Ispagna, in Germania, negli Stati Uniti e a Dublino, per impratichirsi della lingua inglese. Occupandosi del giornalismo, divenuto assistente nazionale dei giornalisti cattolici, indicò sempre ai redattori e ai direttori dei giornali cattolici la via del Vangelo, si trattava di riviste, settimanali e periodici mensili. Nel 1939 la sua malattia ebbe un brusco peggioramento, per cui dovette un po’ limitare le sue così numerose attività. Nel 1940 l’esercito nazista invade l’Olanda: gli olandesi perdono la loro liberà. Ogni diritto deve cedere alla potenza degli invasori. Vengono eliminati ebrei, ammalati, deboli, inermi e anziani: i giovani sono istruiti e devono crescere con questi principi. I Vescovi olandesi, già nel 1934, avevano inviato una lettera per avvisare i cittadini contro queste idee nazionalsocialiste. Nelle lezioni all’Università, Padre Tito diceva chiaramente agli alunni: “In questo momento è necessario che ci siano uomini pronti a portare sulle proprie spalle la sofferenza del mondo”. Egli affrontò il fenomeno nazionalsocialista dal punto di vista filosofico: documentò scientificamente ogni tesi: sana o ammalata ogni persona ha il suo valore, ogni razza ha il suo valore, le leggi di natura hanno un valore che nessuna ideologia può distruggere. Di fronte alle nuove teorie stava una chiesa olandese unita, compatta nel proclamare la verità; ma ormai i quotidiani devono servire al potere nazista: Padre Tito in questi frangenti dolorosi, sa mostrare una fede e una maturità senza limiti. I cattolici però devono abbandonare le loro associazioni e Padre Tito, che era anche censore del giornale locale di Nimega, si trovò implicato tra i primi in questa questione. Egli, dopo un lungo colloquio con l’Arcivescovo metropolita di Utrech, deve farsi messaggero presso tutti i direttori dei giornali. Manda a tutti una lettera forte, breve, concisa e ferma, secondo la quale i direttori dei giornali cattolici devono rinunciare a inserzioni di articoli di sapore nazista, anche a costo della sospensione del giornale: tutti i direttori cattolici sottoscrissero la lettera. Essa viene resa pubblica: tutti i cristiani ne sono al corrente. La sera del 19 gennaio 1942, due individui bussano alla porta del Convento: viene perquisita la sua stanza ed egli è arrestato e deve cambiare abito. Gli permettono di portarsi via il breviario, una vita di Gesù e le opere di Santa Teresa. Viene portato prima nel carcere di Arnehen; il giorno dopo è trasferito a Scheveningen, vicino alla città di Aia. Risponde con calma e prontezza all’interrogatorio del funzionario di polizia che manda il suo rapporto a Berlino: Padre Tito rimane chiuso in una cella di prigione per quasi due mesi: qui è contento di vivere in solitudine e di poter fare la sua vita di preghiera propria di un frate. E’ poi portato ad Amersfoort: qui non è solo e deve condividere la vita degli altri. Arriva alle nove del mattino e rimane in piedi, al posto di appello fino alle tredici. Indossa all’aperto l’uniforme del campo, abbandonando tutti gli effetti personali: gli viene consegnato il numero 58. Il suo lavoro è quello di tagliare alberi: egli, ormai vecchio e malato, è nuovo a questo tipo di lavoro che dura, con cibo scarsissimo, dieci ore al giorno. I suoi amici sono due pastori protestanti, egli riesce ad infondere ai prigionieri che avvicina, fiducia e incoraggiamento. Dona agli altri un po’ della sua scarsissima razione di cibo giornaliera. Si ammala però ben presto ed è portato in infermeria, ove gli è offerta ancora la possibilità di fare del bene. Qui riesce a divenire per tutti un punto di riferimento: da lui vanno cattolici, protestanti, atei, ebrei e comunisti, è, a detta di tutti, “l’uomo più amabile del campo” e molti lo chiamano “zio Tito”. E’ continuamente attorniato da coloro che hanno bisogno di conforto e di speranza. Ogni domenica, seduto sul letto, recita per un gruppo di cattolici, le preghiere della Messa. Padre Tito, stando un po’ meglio, esce dall’infermeria agli inizi della Settimana Santa. Riesce ad organizzare dopo cena incontri e conferenze su vari argomenti, approfittando della tolleranza dei custodi. Il venerdì santo gli venne chiesta una conferenza: tenne un discorso sulla mistica della sofferenza, veramente belle e profondo, a detta di alcuni testimoni, che, tra l’altro, affermarono che quello fu il momento più bello della loro prigionia. I prigionieri tornarono nelle loro baracche in silenzio: nessuno parlava, perché lo Spirito di Dio li aveva toccati. Per fortuna, dopo avergli minacciato di trascinare “un rullo” per la ghiaia, lo mandarono in cucina, a sbucciare patate. Nell’aprile successivo Padre Tito è rimandato a Scheveningen, per vedere se la vita del campo, così tremenda, gli ha fatto cambiare idea. Riprende il suo abito nero da ecclesiastico: egli deve qui condividere la vita con altri due giovani protestanti. Riprende gli interrogatori con Hardegen, che lo vede rimasto delle stesse idee di una volta. E’ così mandato a Dachau: prima della partenza ha la forza di telefonare al suo Padre Priore, per dirgli che sta bene e avrà la forza di resistere a tutto… Un austriaco gli dà, prima della partenza, un pacco di viveri: egli lo regala immediatamente ad un compagno di prigionia affamato. Dopo altri dieci giorni, prima di arrivare a Dachau, passa per Kleve, stazione di smistamento, ove rimane per un mese circa e dove la vita è più sopportabile. Padre Tito riesce a celebrare, con immensa sua gioia, la S. Messa: è il suo viatico, per l’ultimo, doloroso viaggio. Il cappellano del campo fece di tutto per convincere le autorità tedesche a trasformare l’arresto in un soggiorno coatto in un Convento carmelitano tedesco. Ma nonostante l’interessamento del Padre Priore di un Convento, gli fu proibito, le autorità tedesche dicevano che Padre Tito era “un uomo pericoloso, molto pericoloso per l’ordine pubblico”. Sabato 13 giugno il Padre parte per Dachau; il viaggio è lungo e penoso. I prigionieri sono trattati come bestie e l’atmosfera è terribilmente lugubre: pianti, disperazioni, percosse. Quando arrivano al campo Padre Tito si muove a fatica; lo costringono col calcio dei fucili a salire su un autocarro. Lo scopo del campo di Dachau era quello di disumanizzare, riducendo le persone a larve e di farne uomini bruti: la sporcizia era sovrana e i prigionieri morivano come mosche. Padre Tito è destinato al blocco n. 28, dove incontra un giovane carmelitano olandese. Gli venne assegnato come lavoro di fare un paio di chilometri camminando, per togliere dal terreno sassi ed erbacce, per preparare un terreno adatto a piantare erbe o piante medicinali. Doveva alzarsi alle quattro del mattino e marciare o cantare lungo la strada; ritornavano alle 11.30 per il pranzo, che era una zuppa di patate. Padre Tito, mentre percorreva la strada, ascoltava qualche confessione o recitava il Rosario, cercando di rincuorare la fede di chi gli si avvicinava: spesso poté comunicarsi. Era di fatto affaticato, sfinito e stanco da morire, ma sempre, a detta di un testimone, “fermo, gentile e ilare nel Signore”. Verso la metà di luglio, venne finalmente esonerato dal lavoro; lo portarono all’ospedale. Fu messo nella lista di quelli che dovevano morire. Un’infermiera olandese, che doveva curarlo, e che fu aiutata dalla preghiera e dalla parola del Padre, attesta: “Padre Tito è stato due giorni senza conoscenza… Poi il medico mi disse di fargli un’iniezione… Egli morì alle due del pomeriggio”. La notizia si sparse nel blocco 28: Padre Tito era morto. Tre giorni dopo il cadavere fu portato nel campo crematorio: fu comunicata alla famiglia la notizia. Molti hanno testimoniato di lui, cattolici e protestanti, ai processi di beatificazione. Il 3 novembre 1985 Padre Tito è proclamato da Giovanni Paolo II “Beato” riconoscendo l’eroicità e il martirio di questo uomo “testimone della fede”.