Beati Martiri P. Dionisio della Natività e Fra' Redento della Croce

Padre Dionisio della Natività (1600-1637) Fra Redento della Croce (? -1637)

Immagine 2021-01-23 210454.png
 

Pietro Berthelot, chirurgo francese, incontrata Florida Morin a Honfleur, ove si era stabilito, donna cattolica e molto fervente, ebbe da lei sei figli maschi e quattro femmine. L’ultimo dei maschi, Pietro, come suo padre, nacque il 12 dicembre 1600. Crebbe un fanciullo buono, obbediente, tranquillo e molto pio: frequentava, fin da piccolo, la Chiesa, la Messa e i Sacramenti ed era servizievole con tutti. Suo padre, medico di marina, si portò dietro il figlio Pietro nella navigazione commerciale, cui il giovane aspirava, volendo anche aiutare col suo lavoro la numerosa famiglia. Lasciò Honfleur sopra un battello paterno, l’Aigle, e per sette anni fece il suo commercio di pesca a Terra Nova; non si hanno particolari di questo suo periodo di lavoro; si sa solamente che ebbe numerose occasioni di navigare in Inghilterra e in Spagna. Ebbe una condotta irreprensibile e si dedicò allo studio e con gli strumenti di marina imparò a misurare l’altezza di una stella sopra l’orizzonte, per determinare la posizione in pieno mare della nave, per poi diventare Cosmografo. Ottenne il brevetto di pilota di mare nel 1619 in cui si allestì nel cantiere di Honfleur una squadra di quattro vascelli, sotto il comando del Sig. Beaulieux, verso le Indie Orientali. Pietro chiese il permesso in famiglia di imbarcarsi su uno di essi e lo ottenne. Il lontano arcipelago era molto ricco e i portoghesi avevano il monopolio di tutti i commerci. Pietro s’imbarcò sull’ “Ermitage”; queste attraversate oggi rapide, allora presentavano inquietanti incertezze, perché l’equipaggio si trovava in piena balia degli elementi: disastri, naufragi con calore fortissimo. Anche Pietro, che a volte godeva della bellezza incantevole di notti piene di stelle sulla sua nave, dovette passare, come disse in seguito, molte sofferenze, travagli, pericoli e mancanza di viveri: fu sempre tuttavia irreprensibile, capace anche di incoraggiare gli altri a vincere queste dure e tremende prove. Per fortuna un vascello olandese venne loro incontro: “L’Esperance”, che arrivò a Sumatra il 31 luglio 1620. Gli stessi olandesi tuttavia, visto che la nave portava tante ricchezze, si riproposero di affondarla per poterla derubare; si fece tuttavia ricorso al Viceré e si ottenne giustizia. Vista la condotta esemplare di Pietro, il Beaulieux, volendo fare una spedizione commerciale alle Molucche, designò il giovane Pietro come suo Nocchiere, al posto di altri anziani, suscitando naturalmente fra questi invidie e gelosie. Pietro dunque, imbarcatosi in Achén, per arrivare alle isole Molucche, incontrò, nel passare lo stretto di Malacca, un vascello di guerra olandese, che aveva intenzione di catturarli. Nonostante i francesi fossero autorizzati a navigare liberamente, i pirati olandesi fecero contro di loro barbarie senza precedenti, tanto che, dopo tre mesi, la metà dei francesi morì. Il nostro Pietro, anche in questo caso, mantenne una condotta esemplare, nonostante avesse dovuto subire speciali vessazioni e maltrattamenti di ogni genere. Finalmente a Jacarta i francesi riebbero la loro libertà, grazie ai vari interessamenti del Capitano Pietro. Di questi viaggi e di questi continui attacchi di olandesi se ne ebbero molti davvero, da non potersi contare; ma Pietro riuscì in vari modi a vincere sempre brillantemente la sua causa. Il suo punto di riferimento era Goa, ove giunse come Nocchiere e Cosmografo, pur avendo da soffrire le solite invidie e gelosie. Era però in genere ammirato da tutti: egli si rivolgeva alla Vergine per essere protetto, già da piccolo aveva imparato ad amarla e a mettersi sotto la sua protezione. Il nostro Pietro però non si esaltava da tutti questi onori, perché da tempo il suo animo desiderava trovarsi solo col Signore, rinunciando a tutte le vanaglorie della terra. Voleva consacrarsi al servizio di Dio. Dapprima avrebbe voluto a Goa entrare fra i Padri della Compagnia di Gesù, ma questi non si decisero ad ammetterlo, perché era ormai troppo famoso e avevano paura che prima o poi lo portassero via. La Vergine Santissima lo riservava per il suo Carmelo; a Goa il convento si era guadagnato ben presto la stima e la simpatia di ogni ceto di persone. Nel 1632 Padre Filippo, il primo Priore del luogo, tenne una conferenza di teologia e filosofia, cui partecipò anche Pietro. Egli, colpito dalla figura di questo Padre, chiese di parlargli e gli aprì il suo animo: voleva interamente consacrarsi a Dio in quel luogo. Padre Filippo giudicò prudente farlo aspettare per tre anni; poi la Madre del Carmelo venne incontro a questo suo fedele servo e gli aprì le porte sospirate del Carmelo. Fu accolto con gioia in noviziato e ricevette da Padre Filippo l’Abito carmelitano e il nome di Fra Dionisio della Natività: la notizia si diffuse ovunque riempiendo gli animi di ammirazione. In seguito però fu disapprovata dal Viceré e dai suoi seguaci: un intervento di Padre Filippo mise però ogni cosa al suo posto. Fra Dionisio, preso l’abito, aggiunse ancora maggiore ardore ai suoi desideri di santità. Era molto ben visto dai confratelli e dai novizi, che lo ammiravano e gli volevano molto bene. Nel 1936 gli olandesi assediarono al porto di Goa; il Viceré e il suo Consiglio chiesero ed ottennero dai frati carmelitani che fra Dionisio ne assumesse il comando. Egli così dovette per un po’ lasciare la sua solitudine del noviziato ed affrontare, con la benedizione del Maestro, la nuova sfida. Attaccò il nemico con tale arte e maestria, da riuscire vittorioso. Dopo tutto questo, senza accettare gli onori che volevano offrirgli, ritornò in fretta nella sua povera cella, in seno alla Comunità, con tanta semplicità e umiltà. Sempre nel 1936 emise i suoi voti il giorno di Natale e, in seguito, si dedicò anche allo studio della filosofia e della teologia. Era un frate molto umile, sempre sereno e molto caritatevole e servizievole con tutti, aiutava molto i compagni; si curava in particolare degli ammalati. Quando morì il Re di Achén, i Principi di Sumatra elessero un successore che, in apparenza, sembrava affezionato ai portoghesi: essi volevano così concludere un vero patto di amicizia col Portogallo. I portoghesi deputarono come Ambasciatore Don Francesco di Sosa di Castro, che chiese subito ai Padri che fosse aggiunto alla sua legazione Padre Dionisio, come abilissimo Nocchiere. La comunità fu molto addolorata, ma non ci fu via di scampo: Padre Dionisio intuiva, conoscendo la realtà delle cose, che questa volta tutto non sarebbe riuscito bene, sospettando un tradimento da parte del nuovo re. E così fu davvero. A questo punto incominciamo a parlare di Fra Redento della Croce, che doveva partire insieme a lui. Questi era nato a Paredes, in Portogallo. Era un ragazzo intelligente, buono, ben voluto da tutti. Prima nominato Capitano di guardia, in un secondo tempo, lasciò quella strada e volle vestire l’abito di carmelitano scalzo. Fu con i missionari nella Residenza di Tatta, capitale del Regno di Sind, dove fece il noviziato e la sua Professione. Da Tatta fu mandato a Diù e, in seguito, a Goa, dove Padre Filippo lo trovò nel 1631 già professo e sacrestano e dove rimase fino alla partenza per Sumatra, insieme a Padre Dionisio. Era noto per la sua obbedienza, la sua osservanza, la sua semplicità e il suo raccoglimento interiore, dolce e mite era già in concetto di santo. Aveva molto desiderio nel cuore di dare la sua vita per Cristo. Padre Dionisio e fra Redento, erano veramente degni l’uno dell’altro, anche se molto diversi; vennero uniti nella grande impresa che doveva portarli al martirio. Il giorno della partenza fu il 25 settembre 1643, fra Redento in quei tempi non aveva salute e si trovava in stato di grave debolezza. La Comunità alla loro partenza pianse abbracciandoli con tenerezza: essi, chiesta al Priore e al Maestro la benedizione, si affidarono alle preghiere di tutti. Il 25 ottobre, dopo un mese di gravi tempeste, la squadra toccò l’Isola degli Esiliati, distante due leghe da Achén, città costituita da circa un migliaio di case. Gli olandesi vi esercitavano un forte commercio di esportazione. Egli, feroce e fanatico, molto sobillato dagli Olandesi e anche dai sudditi, tramò un inganno: mandò un suo Ministro che in suo nome, invitò l’Ambasciatore e la nave a prender terra, perché si sarebbe preparato per tutti un grande rinfresco, in segno di vera amicizia. L’Ambasciatore invece, entrato con le sue navi nel porto, si vide circondato insieme ai suoi, dai ministri del Re, che li misero tutti in catene. Si trattava di circa 70 persone. I prigionieri ricevettero percosse, furono loro legate le mani e i gomiti dietro la schiena, slogate le braccia e le spalle. Al Beato Dionisio fu imprigionato in sotterraneo, ove venivano gettate le cose più immonde, frammischiando la scarsa porzione di cibo con gli escrementi umani, affermando che Maometto lo avrebbe liberato da tali nefandezze se egli lo avesse venerato. Padre Dionisio diceva loro intrepido, sopportando tutto, che avrebbero potuto raddoppiare le sue pene, ma, in nessun modo togliergli la fede. In mezzo a tante tremende sofferenze, non si dimenticò dei compagni, ma ottenne di andare a trovarli per confortarli. Fra Redento fu consegnato ad un uomo che lo rase in testa, gli tolse barba e sopracciglia per esporlo alle risa dei suoi schiavi e lo fece custode dei suoi bufali: egli soffriva molto la fame e aveva solo quel tanto per non morire. Avvenne che, sentendosi venir meno per la debolezza, cercò di trovare, sempre coi ferri ai piedi, in una selva vicina qualcosa da mangiare: fu scoperto e fu oggetto di sempre più gravi tormenti. Ma un giorno il Re stesso, stanco di tutto questo, pronunciò la sentenza di morte fra i più crudeli tormenti. I poveri condannati furono tolti dalle loro prigioni e, confortati da Padre Dionisio, furono portati, reggendosi a stento in piedi legati da ceppi, al loro supplizio. Giunti alla spiaggia, il banditore annunciò ad alta voce la sentenza sovrana: prometteva ancora onori e ricchezze a chi in quel momento avesse voluto abbracciare la religione di Maometto. Dionisio tradusse la sentenza in portoghese; aggiunse però con efficaci parole che tutti avrebbero trovato in cielo una splendida corona di gloria, dopo brevi istanti di tremendo patire. I condannati si posero in ginocchio per aspettare la morte. Padre Dionisio impetrò ed ottenne di morire per ultimo, per assistere i compagni. Con un Crocifisso al collo, da far vedere a tutti, li vide tutti morire. Dionisio, esausto, si mise in ginocchio per attendere la morte; allora accadde una cosa strana: i carnefici non riuscirono più a gettare le saette contro di lui e dovettero, per forza, gettare a terra archi e saette, rifiutandosi di colpirlo. Il Prefetto ordinò allora che Dioniso fosse sottoposto al crudele supplizio degli elefanti: steso supino al suolo, gli elefanti passarono sopra il suo corpo, facendo schizzare con il loro peso ogni membro insanguinato. Molti incominciarono a venerare le salme abbandonate; passati alcuni giorni, mentre i cadaveri erano già putrefatti per il calore, ci fu un altro prodigio: la salma di Padre Dionisio apparve la sola incorrotta. Venne anche il Re ad accertarsene e, per paura che tutto questo venisse a suo danno, ordinò che quel Padre fosse onorevolmente sepolto, con grande pompa, come si fa per i Principi. Ma la spoglia del martire fu riveduta dai presenti, esterrefatti, di nuovo sulla spiaggia. Questo accadde una seconda volta; il Re allora ordinò che, dopo aver legato con una grossa pietra i piedi del martire, fosse gettato in mare. Ma i marinai, tornati sulla spiaggia, ritrovarono la salma come prima … La salma rimase sul posto sette mesi, incorrotta e bella, dice un testimone. La fama del martirio di Dionisio e Redento si sparse rapidamente ma, solo dopo molte difficoltà, Papa Leone XIII li proclamò Beati il 10 giugno 1900.