Beata Maria Sagrario di San Luigi Gonzaga

ELVIRA MORAGAS CANTARERO BEATA MARIA SAGRARIO DI SAN LUIGI GONZAGA

Luogo di nascita 

Lillo, nei pressi di Toledo.

Data di nascita: 8 gennaio 1881, terzogenita di quattro fratelli, da una stirpe di illustri farmacisti.

Dati particolari

una giovane ragazza sollecitata per le sue doti naturali ad intraprendere gli studi superiori, completati con il massimo dei voti. Si decise per la Facoltà di Farmacia, proseguendo la carriera paterna. Elegante e affascinante rifiutò di sposare un massone. Chiamata da Dio entrò nel Carmelo a 34 anni.

Titoli particolari 

unica donna nel corso e prima laureata a Madrid. Diresse la farmacia paterna e si dette alle opere di bene. Nella guerra civile spagnola professò la sua fede e fu trucidata. Fu beatificata da Giovanni paolo II il10 maggio 1998 a Roma.

mariaSagrario.jpg
 

La futura Beata Maria Sagrario, fu la terzogenita dei coniugi Riccardo Moragas Ucelay e Isabella Cantarero Vargas, genitori veramente bravi e irreprensibili sotto ogni punto di vista e molto religiosi. Il loro figlio primogenito Giuseppe morì molto presto; la secondogenita, Maria del Sagrario, nata nel 1879, morirà a undici a anni; la nostra Elvira invece nacque l’8 gennaio 1881 nei pressi di Toledo e a lei seguì il fratello Riccardo. Prima che compisse quattro anni, il padre fu trasferito a Madrid come farmacista, per essere fornitore della Casa Reale. L’anno seguente anche tutti gli altri membri della famiglia si stabilirono così nella capitale. Fin dalla più tenera infanzia dimostrava un carattere piuttosto capriccioso, forte e tenace nelle sue decisioni. Fu la bontà della mamma che, con vera pazienza, seppe educarla con la saggezza del suo amore, più che con proibizioni o castighi. I frutti si videro ben presto e furono poi sublimati dalla grazia stessa di Dio. A sei ani ricevette la Cresima, nella parrocchia delle Sante Teresa ed Elisabetta, e la sua natura vivace e ricca di talenti fu davvero rafforzata dalla grazia del Sacramento: rimase segnata da una forza particolare dello Spirito Santo che, in seguito, avrebbe dovuto accompagnarla lungo tutta la vita. Frequentò da bambina la scuola delle Suore Mercedarie, dalle quali ricevette un’ottima educazione. Si applicava con tenacia nello studio, con risultati veramente buoni. Non lasciò nessun particolare ricordo di quando si accostò al Sacramento della Penitenza e dell’Eucaristia avvenuto in questo periodo. Immaginiamo a buon diritto che questi due Sacramenti debbano aver lasciato una forte impronta nel suo animo, abbagliato dall’incontro con Colui che doveva essere l’unico vero amore della sua esistenza. Prese l’abitudine di ricevere frequentemente l’Eucaristia; ebbe anche fin da allora una particolare devozione alla Santissima Vergine Maria: Gesù e Maria costituirono il cuore della sua vita. Aveva un’intelligenza fuori del comune; i suoi genitori, volendo darle un’educazione completa sotto ogni aspetto, le proposero, all’età di 13 anni, gli studi superiori. 3 Nel 1894, con suo fratello Riccardo, per il quale ebbe sempre un forte affetto e al quale si sentì sempre molto unita, entrò nell’Istituto di Sant’Isidoro, dove completò i due primi corsi. Il terzo anno si iscrisse invece all’Istituto Cardinal Cisneros, ove si diplomò nel 1899 col massimo dei voti. Si propose allora di seguire con coraggio il corso di farmacia: frequentò, cosa rarissima a quei tempi, come universitaria, quella facoltà, seguendo l’indirizzo paterno. Fu così una delle prime universitarie di Spagna: a quei tempi, siamo all’inizio del secolo, era una vera innovazione. Elvira sui 20 anni era davvero una giovane bella, elegante, simpatica, allegra e piena di comunicativa. Una delle sue amiche fece di lei questa dichiarazione: “Era graziosa, simpatica, devota e stimata da tutte le amiche, però senza distinguersi per qualche caratteristica o per un elemento che richiamasse l’attenzione”. All’università si presentava in aula con un portamento dignitoso, che rifletteva la bellezza del suo mondo interiore, un’unica donna fra tutti gli studenti maschi. Ecco la testimonianza di un’altra sua amica: “Tutti quelli che la frequentavano la consideravano santa, non c’è che dire”. Si laureò nel 1905 ed aiutò il padre in farmacia. Naturalmente, data la sua prestanza e le sue doti spirituali e fisiche, attirava gli sguardi dei colleghi universitari. Elvira ebbe una breve relazione con un giovane che poi lasciò per imposizione dei genitori. Un altro, accettato dalla famiglia e che si mostrava molto rispettoso e corretto, manifestò un giorno le sue idee massoniche, perciò Elvira lo lasciò immediatamente. L’aspettava allora in famiglia una forte sofferenza: nel 1909 le morì il padre; in quell’occasione ella divenne l’anima della casa e fu di vero sostegno alla madre e al fratello Riccardo. Due anni più tardi morì anche la madre. Elvira, che in quegli anni era stata il suo sostegno e la sua forza, ne avvertì il contraccolpo. Non si sentì di abbandonare il fratello, anzi l’unione tra i due giovani si intensificò: sebbene Elvira pensasse già di consacrarsi interamente a Dio, non si sentì di abbandonarlo, ma decise di rimanere con lui, finché non avesse completato gli studi. Diresse la farmacia e, data la sua competenza in materia, riuscì ad alleviare in varie occasioni la sofferenza di diversi ammalati. Portava medicine ai bisognosi nei sobborghi della città, dava un po’ del suo tempo per aiutare le fanciulle in parrocchia 4 come catechista; conobbe in quel tempo un certo don Lope Ballesteros, cui affidò la sua anima, avvertendo che il Signore la chiamava con insistenza a Sé. Fu proprio questo sacerdote che la mise in collegamento col monastero carmelitano dei SS. Anna e Giuseppe, avendo lì una sorella carmelitana. Ma, proprio quando le sembrò di aver trovato un vero appoggio in lui, egli purtroppo lasciò questa terra. Si rivolse allora al gesuita Giuseppe Maria Rubio Peralta, recentemente beatificato e, proprio da lui, un giorno al confessionale sentì le fatidiche parole: “Dio la vuole per Sé”. Ella, già da tempo decisa a questo, lasciò che il fratello si laureasse, per mettere il suo piano in azione. Nel frattempo si diede ad una preghiera e ad una mortificazione più intensa, scegliendo un regime di vita più austero di prima. Quando il fratello Riccardo poté farsi carico della farmacia, pur provando molto dolore nel distaccarsi da lui, Elvira si rivolse al monastero per sollecitare la sua entrata. La comunità tuttavia, trovandola alquanto deperita e pallida in seguito a tutte le vicende passate, al lavoro fatto senza risparmiarsi e alla sua vita di penitenza, la rifiutò. Elvira comprese di dover riacquistare le forze fisiche allentando la sua vita penitente, poté così entrare un po’ di tempo dopo, esattamente il 20 giugno del 1915. Le Madri al Carmelo le dettero, subito dopo l’entrata, il nuovo nome: Suor Maria Sagrario di S. Luigi Gonzaga, a ricordo anche della sorellina maggiore morta ancora bambina. Non trovò, dopo la sua entrata, difficoltà particolari, anzi tutto le piaceva: la preghiera, il silenzio, l’austerità penitenziale, la recita dell’Ufficio divino e la gioia serena delle sorelle. Poté così vestire il dicembre dello stesso anno l’abito carmelitano. La Maestra, le sorelle novizie e le religiose tutte si accorsero subito del suo carattere forte ed energico, della sua umiltà, del suo fervore, della sua carità, del suo amore al sacrificio e alla mortificazione e anche della sua semplicità. La sua anima si sentiva fin dagli inizi inondata da quella presenza di Dio, nella fede semplice e amorosa, di cui tanto parla S. Giovanni della Croce. Ella poté assimilare molto bene la dottrina dei riformatori del Carmelo e Dottori della Chiesa: Santa Teresa di Gesù e San Giovanni della Croce. Era veramente affascinata dai loro scritti. Le piaceva molto il detto di Santa Teresa, nel “Cammino di Perfezione”: 5 “Siamo venute a combattere per Cristo e non a consolarci con Cristo”. Visse di fede: una fede aperta alla Parola di Dio, operosa, che in ogni avvenimento sa scorgere il volere di Dio, anche senza comprenderlo. “Ora non voglio nulla - diceva - se non che si compia la volontà di Dio”. Emise la sua Professione semplice nel 1916 e quella solenne e definitiva nel gennaio del 1920. Seppe dare alla sua vita un largo tono di speranza: seppe viverla con gioia, con radicalità ed ottimismo e la seppe mantenere nella fedeltà della vita. S’impegnò soprattutto nella carità; cercando l’unione con Dio non misurò i sacrifici, ricordandosi molto bene quella giusta e solenne definizione: “Dio è Amore!” Viveva così totalmente dimentica di sé; gioiva nell’aiutare tutte le sorelle, soprattutto nei lavori più umili, duri e faticosi: vedeva veramente Gesù nel suo prossimo. Un giorno una religiosa soffriva di una forte emicrania: “Non si preoccupi - le disse - ora non le farà più male, perché vado a chiedere a Dio che le tolga il dolore e lo dia a me”. E così avvenne. Nel lavare la biancheria del fratello di una religiosa, le si infettò un dito. Ella, nonostante le cure dolorosissime senza anestesia, perché alla fine le fu amputata una falange, rimase serena e tranquilla. Spiace che non ci abbia lasciato che brevi e scarsi scritti: era molto riservata e non le piaceva render conto ad alcuno della sua intima unione col suo Signore. Nel 1927 fu eletta Priora, proprio il 18 aprile, lunedì di Pasqua: era la più giovane delle capitolari. Cercò con disinvoltura di abbracciare anche questa croce, per lei pesante, e divenne Madre premurosa per tutte le sue figlie. Talora indovinava le loro necessità, anche prima che glielo manifestassero. Trattava tutte allo stesso modo, senza differenze: correggeva le mancanze quando era necessario. Dovette scontrarsi con certe situazioni inevitabili nella vita comunitaria, per cui alcune delle sue intenzioni non erano capite. Ma ella superava tutto guardando al Crocifisso. 6 Viveva sempre con fiducioso abbandono nelle mani di Dio e aveva molte delicatezze nella carità verso tutte e anche verso gli stessi poveri che accorrevano in portineria. Sapeva convertire in preghiera le sue preoccupazioni, le sue lotte e le sue difficoltà: sentiva un forte fascino per l’orazione e si intratteneva spesso davanti al Tabernacolo, soprattutto di notte quando le sorelle già riposavano. Alla fine del triennio non fu rieletta e ne soffrì molto. La nuova priora la nominò Maestra delle novizie. Sapeva bene mettere in pratica ciò che insegnava alle sue quattro novizie e le formava con generosità, tenendo conto delle diversità di ognuna. Viveva soprattutto ciò che insegnava. La sua dedizione non aveva altro limite che il suo amore a Cristo, con il quale viveva immedesimata. Nel 1933 ebbe l’incarico di “rotara”: fu così incaricata di accogliere, ricevere, aiutare le persone che, a qualsiasi titolo, si avvicinavano alla “ruota”, familiari e fornitori del Monastero. Alla porta arrivavano poi notizie sempre più preoccupanti sulla situazione della Spagna, dove il clima politico si faceva sempre più teso; la persecuzione religiosa diventava minacciosa e preoccupante. Nel luglio 1936 Madre Maria Sagrario fu di nuovo eletta Priora, in questo momento storico critico e difficile. Proprio in questo mese infatti le finestre della Chiesa e del Monastero furono prese a sassate e tutte le religiose poterono rendersi bene conto del pericolo che le sovrastava. Quello stesso pomeriggio, la Madre, rivolgendosi alle figlie, disse: “Va tutto male. I militari si sono ribellati. Se va avanti così, non so che sarà di noi. Vi supplico e vi consiglio che chi di voi desidera andarsene in famiglia, lo dica con libertà. Tutto è assai pericoloso”. Nonostante le insistenze dei familiari e degli amici, in un primo tempo, nessuna volle farlo. La Madre sosteneva il coraggio delle figlie. Dopo un po’ di tempo però fu necessario cedere alle insistenze esterne: si formarono tre gruppi di religiose che si separarono con grande pena dalle loro sorelle e uscirono. Rimasero in monastero solo la Priora e nove religiose. Il 20 luglio il Monastero fu crivellato da pallottole di fucile, un quarto d’ora dopo si udirono forti colpi e grida: la folla dei fanatici sfondò la porta e la ruota per entrare in 7 clausura. Furono momenti di terrore e di vera confusione. La Madre Priora e alcune sorelle si portarono all’eremo dell’orto, altre salirono a consumare le ostie del Tabernacolo. Il chiostro intanto fu letteralmente invaso di gente. Alcuni con il fucile, altri con i bastoni, corsero per tutto il convento, gettando per terra e fracassando tutti gli oggetti di culto che trovavano, rompendo i vetri e prorompendo in terribili bestemmie. Alcune donne gettavano poi dalle finestre tutto quello che potevano, per farne un immenso falò: nel monastero era entrata la rivoluzione. Una donna suonò la campana, le monache nei loro nascondigli l’interpretarono come un suono di richiamo. Ritennero che il monastero devastato fosse stato abbandonato e perciò uscirono allo scoperto. La Madre Sagrario per la prima allora affrontò gli aggressori; si lasciarono convincere ad indossare abiti secolari e uscirono dal monastero in mezzo alla folla schiamazzante che le pose in fila a ridosso di un muro. Arrivò, nel frattempo, un taxi per portarle via. La Madre, temendo il peggio, non voleva salire sull’auto, ma ne fu obbligata. Tre sorelle che si erano indugiate, furono portate via, arrestate per crimine. Quando l’automobile si mosse, la Madre intonò il “Te Deum e la Salve Regina”. Arrivarono poi alla centrale della Polizia: furono fatte scendere dalla macchina e furono portate sotto una scala e poi, per il momento, abbandonate. La Madre sulle prime ebbe l’angoscia di essere state lei stessa la colpevole, per non aver fatto abbandonare a tutte le sorelle il monastero, ma fu da tutte rassicurata, per fortuna, che questo non era vero. Un signore ebbe compassione di loro e procurò di condurle nelle case di persone amiche o di familiari. Tutte allora si abbracciarono per la separazione, con parole di incoraggiamento da parte della Madre. Disse loro: “Fissate gli occhi sul Crocifisso e tutto vi parrà poco. Se sua Maestà ci ha mostrato il suo amore con fatti e tormenti così terribili, come volete accontentarlo solo a parole?” Madre Maria Sagrario con una sorella finì col rifugiarsi nella casa dei genitori di questa, dove rimase fino all’imprigionamento, sempre occupandosi delle altre religiose. Riservava speciale attenzione per quelle sue figlie più provate. Non tralasciava di fare coraggio a tutte, cercando di renderle tranquille, anche in mezzo a tante sofferenze. 8 I giorni passavano e la situazione peggiorava sempre. La Madre desiderava, malgrado la legittima paura, il martirio. Scrisse ad una sua figlia: “Quando finirà tutto questo? … non so come finiremo…”. Una monache nascoste in un’altra famiglia, venne perquisita e nella tasca le trovarono i dati e l’indirizzo della Madre. Questa fu la causa del suo nuovo arresto. Il 14 agosto entrarono nella casa in cui era nascosta i miliziani, chiedendo di lei. La condussero in prigione con la sorella che la ospitava; e vi trovò altre tre sue monache. La isolarono dalle altre, sottoponendola numerosi interrogatori. Volevano farle dire dove si trovavano i beni della comunità. Ella mantenne sempre un grande raccoglimento e pregò a volte in ginocchio mentre i miliziani prorompevano in bestemmie e tentarono di farle scrivere qualche cosa. Ma ella sempre rifiutò. Alla loro insistenza la Madre si alzò e scrisse, racconta una sorella che vide la scena, allora i miliziani ne furono adirati moltissimo. Nella notte, verso le undici, era il 15 agosto, festa dell’Assunzione di Maria, fu fucilata con tre pallottole nella testa nel Prato di S. Isidoro dai nemici della fede.

SPIRITUALITà CARMELITANA